L’AUTORE E IL SUO DOPPIO – UN CERTO JULIO

GIFUNI

omaggio a Julio Cortàzar

Fabrizio Gifuni

con

Javier Girotto

Roma, Teatro Vascello

11 e 12 marzo 2017

Maricla Boggio

Conosco Fabrizio Gifuni fin dagli anni della sua formazione in Accademia, sotto la guida del grande maestro Orazio Costa, che ha fatto emergere in lui le sue qualità espressive e intellettuali mediante un lungo tirocinio, soprattutto legato  a un libero approfondimento dell’”Amleto” di Shakespeare. Da quegli anni Novanta, Gifuni ha continuato il suo percorso artistico seguendo quella linea di totale dedizione al testo da rappresentare, nel quale inserirsi con estrema umiltà insieme ad una totale libertà creativa delle proprie doti personali. Libertà e fedeltà paiono concetti opposti, ma sono invece integrati l’uno all’altro, se si vuole arrivare alla vera arte e non all’esaltazione di sé di tipo protagonistico. Di lui ne ricordiamo, in anni passati, un Gadda, un Pasolini, un Rigoni Stern, animati tutti da intensa passione civile.

Fabrizio Gifuni ha scelto finora, in prevalenza per il teatro, la strada dell’interpretazione di voci di autori che ne hanno sollecitato l’interesse, la passione civile, il senso critico e  morale. A differenza di tanti narratori di oggi, che danno vita ad un loro personale argomentare, non sempre ricco di sostanza quanto sostenuto da un proprio protagonismo anche capace, ma limitato alla loro persona, Gifuni si è messo a disposizione della grande poesia, della letteratura impegnata; lo ha fatto come un grande pianista o un sensibile direttore d’orchestra non si sente sminuito nella propria creatività interpretando Beethoven o Chopin.

Al teatro Vascello ha presentato quattro autori che con diverse sfumature illustrano con particolare sensibilità il mondo di oggi inteso in senso temporalmente lato, dal Camus de “Lo straniero”, al Pasolini di “Ragazzi di vita”, al Testori, assai poco conosciuto, de “Il dio di Roserio”, fino al Cortàzar  dei Racconti, e in particolare di “Un tal Lucas”, e si è qui fatto affiancare dal finissimo compositore e musicista Javier Girotto, che qui suona il sax in una sorta di duetto con l’attore, a tratti sovrapponendosi, in altri momenti alternandosi a lui.

Proteso nella voce, a cui ha dato qualche leggera vocalità argentina, senza quei movimenti plastici molto “costiani” (e non stanislavskiana come qualche critico entusiasta ha definito la sua gestualità) che in altri monologhi hanno messo in evidenza la cifra espressiva della sua corporea creatività, Gifuni racconta quegli scritti, da lui scelti con oculata volontà di rivelare, dell’autore, i lati di feroce critica alla borghesia, di acuta introspezione morale fino a rasentare la sgradevolezza, che si scioglie poi nel divertito commento del sax di Girotto. Anche un lungo scritto di Bolaňo si affaccia in mezzo agli scritti di Cortàzar, e anche qui si tratta di un’impietosa confessione di sé.

Mi mancano, in questa riflessione sul lavoro di Gifuni, le visioni dei primi tre spettacoli, ricchi – a quanto dicono le tante recensioni -, di intensa forza espressiva anche sul piano gestuale. La stagione dei monologhi a cui affidare una propria anima comunicativa  dell’attuale disagio e della giusta capacità di esprimerla e di farlo artisticamente, può proseguire, per Gifuni, ancora molto tempo.

Noi, ricordandone le premesse, gli auguriamo, come già ha fatto per molti protagonisti di film e sceneggiati, di cimentarsi con  i grandi personaggi del teatro di tutti i tempi.

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