UN SUOCERO IN CASA


di Peppino e Titina De Filippo

 

con Luigi De Filippo

e Stefania Aluzzi, Michele Sibilio, Giorgio Pinto, Claudia Balsamo, Paolo Pietrantonio, Riccardo Feola, Vincenzo De Luca, Stefania Ventura, Fabiana Russo, Francesca Ciardiello

regia di Luigi De Filippo

Roma, teatro Parioli Peppino De Filippo,

27 dicembre – 19 gennaio

 

Maricla Boggio

 

 

Una ventina di anni fa recensii sulla rivista Hystrio un volumetto di sette commedie scritte da Titina De Filippo ( Bellini ed., Napoli, 1993). A differenza della drammaturgia dei suoi fratelli, Titina affrontava tematiche legate alla quotidianità – come loro -, ma le sviluppava secondo parametri tendenti ad approfondire situazioni in cui l’animo umano cercava risoluzioni attraverso l’introspezione dei sentimenti e la comprensione degli errori dell’altro, fino al tradimento, in un ricerca di armonia nella difficile convivenza di una società in crisi come quella degli anni Trenta, in cui le commedie furono scritte.

Nel cinquantesimo anniversario della morte di Titina – 26 dicembre 1963 – Peppino ha pensato di renderle omaggio mettendo in scena un testo scritto con lei a quattro mani, e bene ha fatto perché “Un suocero in casa – (ma c’è papà…)” regge a distanza di anni la prova del palcoscenico, sostenuta da una compagnia che come un tempo è composta da numerosi attori – dodici – ormai non più appartenenti a quasi la stessa famiglia, ma affiatati e pronti ai ritmi che la scrittura De Filippo imprime alla materia trattata, facendola diventare teatro, al di là delle vicende presentate.

Se la commedia propone una trama già conosciuta, è proprio su questa non originalità che si appunta l’arte della scrittura e soprattutto quella dell’interpretazione. Un suocero ingombrante in una casa dove vive sua figlia, sposata con un pignolissimo impiegato, e  un bambino reuccio di casa, è un classico delle tematiche familiari. Ma ad essa si aggiunge che il suocero rompe tutto quello che tocca – l’ultimo oggetto frantumato è il calamaio di cristallo che il genero si è comprato a prezzo di risparmi accumulati, per potersi portare il lavoro dell’ufficio più tranquillamente a casa -, disistima il genero e gli sottrae ogni sorta di oggetti e di indumenti, gioca a carte rumorosamente con un gruppo di amici, e sorveglia ogni mossa della giovane coppia fino ad ascoltarne i non troppo sommessi suoni erotici dalla stanza a lui confinante, il gioco dello spettacolo è fatto. Colpo di scena è poi l’esasperata uscita di casa del genero che se ne va a stare in una stanza d’affitto pur di ritrovare la tranquillità. Qui  intervengono altri personaggi che ne condizionano la pace agognata: sono caratteri che lasciano intravvedere la novità di una società in evoluzione, e ritengo che sia soprattutto Titina a suggerire ad esempio la figura di una ragazza che lavora fuori casa e ha deciso di cercare la sua autonomia superando l’automatismo della donna che deve per forza cercarsi un marito. Ma anche la servetta disinvolta si sottrae al dominio della padrona affittacamere ossessiva conservatrice degli oggetti paterni di cui teme il deterioramento da parte degli affittuari, e non sarebbe contraria a qualche avventuretta. Scena madre è l’arrivo del suocero che tenta maldestramente di far tornare il genero a casa, peggiorando semmai la situazione. Infine tutto si accomoda, perché il giovane marito torna a casa e viene riaccolto in seno alla famiglia. Ma qualche piccola connotazione psicologico-sociale attribuirei ancora a Titina, senza nulla togliere all’estro di Peppino. La moglie sottomessa e sciatta del primo atto è diventata una signora che sa vestirsi e pettinarsi, forse sperando di riconquistare il marito, ma acquisendo anche una autonomia sociale nel dimostrare di essere riuscita a vivere senza l’appoggio coniugale. E’ senz’altro di Peppino il tocco finale, delicato e comico al tempo stesso. A sostituire il calamaio frantumato, il burbero suocero ne ha comprato un altro, e appena sa che il genero è in arrivo glielo mette sulla scrivania, illuminando ben bene perché quando entra lo veda, segno di riappacificazione e di ritrovata armonia. Benissimo il lavoro di gruppo guidato da Luigi De Filippo, un meccanismo armonioso e sperimentato nel tempo, dove ogni attore sostiene la sua parte secondo stilemi sperimentati attraverso una tradizione secolare, in cui si inserisce liberamente l’estro di ciascuno. Forse Luigi De Filippo potrebbe tirar fuori dal cassetto di quella zia Titina che tanto dichiara di amare una delle sue sette commedie, e metterla in scena il prossimo anno. Chissà.

 

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