VANGELO

Copia di DELBONOIMG_1421

uno spettacolo di Pippo Delbono
con
Gianluca Ballarè Bobò Margherita Clemente Pippo Delbono Ilaria Distante Simone Goggiano Mario Intruglio Nelson Lariccia Gianni Parenti Alma Prica Pepe Robledo Grazia Spinella Nina Violic Safi Zakria Mirta Zecevic
e con la partecipaione nel film dei rifugiati del Centro di Accoglienza PIAM di Asti
immagini e film Pippo Delbono
musiche originali digitali per orchestra e coro polifonico Enzo Avitabile
scene Claude Santerre
costumi Antonella Cannarozzi
disegno luci Fabio Sajiz
produzione Emilia Romagna Teatro fondazione e Teatro Nazionale Croato di Zagabria
co-produzione Théậtre Vidy Lausanne, Maison de la Culture d’Amiens-Centre de Création et de Production, Théậtre de Liège

Roma, Teatro Argentina, 19 gennaio 2016-01-20

Maricla Boggio

Una quindicina di attori, più alcuni giovani neri rifugiati di un Centro di Accoglienza in un filmato, costituiscono in questo spettacolo gli interpreti che Pippo Delbono ha messo insieme, fra suoi attori tradizionali e altri del Teatro Nazionale Croato di Zagabria che si compone anche di danzatori, con un coro e un’orchestra per le musiche composte appositamente da Enzo Avitabile: un insieme di forze a cui si aggiungono, a sostegno dell’operazione, gli apporti economici ed organizzativi di alcuni teatri.
L’intento è quello di appuntare l’attenzione sul Vangelo e di ricavarne elementi di verità e di libertà per l’esistenza attuale. Ma attraverso un lungo percorso, talvolta contraddittorio, talvolta provocatorio, che Pippo Delbono, al microfono che sonorizza anche il respiro nelle sue diverse espressività, di fatica, emozione, sofferenza, gioia, sviluppa volendovi coinvolgere gli spettatori a farli partecipi e solidali con le sue riflessioni circa la religione e i suoi risvolti.
Legato alla dimensione personale, dove pensieri e azioni diventano una richiesta di generale condivisione, Pippo Delbono racconta della sua infanzia, ricciuto bambino chierichetto, il suo graduale allontanarsi da una Chiesa vista sotto aspetti negativi, di tristezze, sofferenze, colpevolizzazioni, corruzioni ecc. , nonostante la religiosità della madre, da lui adorata e sempre citata come ispiratrice a cui dedica, come altre volte, la rappresentazione. E’ una sorta di accanimento che l’attore si prefigge, con una forza tesa a intimidire il pubblico nell’affermare con alte grida la sua areligiosità come un diritto acquisito. E c’è anche, in questa personalizzazione protagonistica, la dichiarazione della sua malattia, quell’aids che gli procura internamenti ospedalieri, dove gli occhi malati gli suggeriscono, in quel raddoppiare confuso della vista, metafore dell’esistenza.
C’è anche una sorta di entr’acte divertente, che pare ricavato da arcaiche rappresentazioni parrocchiali, in cui, travestito da diavolino con tanto di corna e di sogghigni, Delbono si aggira attorniato da diavoli e diavolesse allegramente ineggianti ai piaceri carnali. Ma c’è poi il risvolto meditativo di Delbono, che si abbevera, fin da una specie di prologo, alle parole di Sant’Agostino, poi ripetute in varie fasi dello spettacolo, dove la ricerca di Dio esclude via via ogni bene umano fino ad arrivare a Lui.
Chi si aspettava Vangeli apocrifi – citati da qualche giornale come punto contestatore della rappresentazione – è rimasto deluso, perché le citazioni che via via si susseguono nell’affermazione di un impegno ad essere davvero vicini a Dio attraverso il rispetto dell’Altro sono tutte sacrosantamente attinte dai Vangeli, dall’adultera non lapidata, alla preghiera nel Getsemani, a quel Giuda suicida dopo il tradimento che diventa qui personaggio di spicco, assommato all’umanità tutta, peccatrice e corrotta. Questa dimensione, che scaturisce dall’episodio, contraddice la protesta che Delbono fa ripetutamente, con notevole violenza, circa il fatto che il cristianesimo chiede ai suoi fedeli di pentirsi: pentirsi di che cosa?, si chiede Delbono, e pare stupito e addirittura infuriato per quella richiesta verso chi da pentirsi non ha niente. Eppure, nello sviluppo un po’ alternato dello spettacolo, appaiono i volti misteriosi dei neri migranti, nel cui sguardo limpido si legge la condanna a chi li ha resi miseri e schiavi. Colpa quindi ce n’è, in giro, ed è lo stesso Delbono a dimostrarlo, con quei volti e con la storia del rifugiato afgano che racconta con tono lineare, senza un’emozione che non può permettersi, del suo viaggio in mare, della morte dell’amico che avrebbe potuto essere la sua, delle infinite sofferenze alla ricerca di una terra ospitale, ancora da raggiungere dopo quelle tante traversie.
C’è poi l’insieme corale di uomini e donne, ognuno dei quali, a turno, si mostra manifestando, emblematicamente a nome dell’intera umanità, il proprio giudizio, falsato da false scelte, ed è il momento in cui questa folla anonima, singolarmente sceglie di salvare Barabba anziché Cristo. E’ un insieme eterogeneo di nazionalità e livelli sociali, di culture e di comportamenti, che testimoniano di una globalità ormai insita anche nell’arte.
Ma l’àncora di Delbono è pur sempre il piccolo gruppo iniziale, dove spicca soprattutto Bobò, il mite superstite di un’atroce esistenza manicomiale, con cui da un ventennio condivide i suoi giorni: in scena, immemore, perfino truccato da spiritello diabolico, Bobò è una cifra sicura. E intanto l’infantile figura di Nelson Lariccia, da sempre al fianco di Delbono nella sua ingenua diversità, si fa Budda accosciato dentro un lettino-gabbia, godendosi sorridendo l’andare e venire degli altri, a dimostrare l’adesione di Delbono a questa forma di pensiero filosofico-religioso, in un’ulteriore volontà di staccarsi da un cristianesimo che come pratica pare risultargli stretto. Naturalmente, però appare un cristo emaciato nella persona di uno degli appartenenti alla compagnia: la sua figura emaciata testimonia anch’essa di una sofferenza che Delbono accetta come segno positivo della religione.
Forse il lato più vero di Delbono, e più interessante, al di là dei dispiegamenti di forze umane e materiale, e di tanti sovrapposti messaggi, è il suo condividere la quotidianità con le persone più marginali, sconosciute e incontrate per caso. Questa dimensione è forse davvero evangelica, più che teatrale. Rispetto a questo genere di personaggi “veri”, noi, non riteniamo di penalizzare, come in certe affermazioni manifesta Delbono, l’attore di professione, che si prepara seriamente a un lavoro che trasmetta poesia, dramma e possibilità di riflettere, quando davvero si fa del buon teatro; noi rimaniamo dell’idea che, se Delbono è capace di realizzare eventi, è poi alla parola, intatta attraverso i millenni, che ci rapportiamo alla ricerca di quella verità e di quella libertà che anche Delbono, a suo modo, ricerca con impegno.

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