VENERE IN PELLICCIA

venere in pelliccia_sabrina impacciatore_foto di fabio lovino

di David Ives

traduzione di Masolino D’Amico

regia Walter Malosti

con Sabrina Impacciatore Walter Malosti

scene e disegno luci Nicolas Bovey

progetto sonoro G.U.P. Alcaro

costumi Massimo Cantini Parrini

foto Fabio Lovino

Teatro Ambra Jovinelli, Roma, 26.1.17

Maricla Boggio

Dal famoso libro “Venere in pelliccia” che Leopold von Sacher-Masoch pubblicò nel 1870 dove appare per la prima volta il tema del cosiddetto masochismo, del dolore come piacere erotico,  David Ives, dopo vari tentativi andati a vuoto di elaborazione teatrale del libro, con sdoppiamenti di personaggi, ne trasse una nuova versione, semplificata a due attori, e riuscì ad avere fortuna, debuttando in teatro ed avendo poi Polansky a sceglierne il testo rielaborandolo insieme allo stesso autore per farne la sceneggiatura di un film uscito nel 2013, che ebbe il suo successo e i suoi premi.

Qui Walter Malosti, che ne firma la regia, affianca nella veste del regista Sabrina Impacciatore, che impersona l’attrice arrivata in ritardo per un provino nella speranza di essere la prescelta per la parte del personaggio di Wanda, la protagonista della vicenda “masochistica”. per inciso diciamo che Wanda è il nome che Aurora von Rümelin, moglie di Sacher-Masoch, prese da lui, e di cui si servì per il libro, pubblicato nel 1906 delle “Confessioni” dove molto del ménage familiare affiora con evidenza.

Ciò che intriga nella commedia è l’intreccio moltiplicato dei ruoli, in cui il regista nel dare le battute all’attrice, arrivata in ritardo a un provino e quasi rifiutata, vi si immedesima diventando poi a poco a poco il von Masoch personaggio, suggestionato dall’attrice che, agli inizi apparentemente sprovveduta e inadeguata, misteriosamente “diventa” la protagonista immedesimandosi perfettamente nel ruolo della nobildonna capace di rendere schiavo l’uomo, assoggettandolo al proprio potere e facendogli subire ogni sorta di sofferenze, dalle frustate alle umiliazioni fisiche e spirituali: tutto ciò è nel copione, ma diventa anche una realtà che agisce sui due.

L’alternanza fra l’immedesimazione e il ritorno alla prova di teatro produce quella sorta di duplice senso di incertezza determinato dallo squilibrio fra realtà e immaginazione, fra realtà legata al momento dell’esperienza teatrale e delirio prodotto da quello stato di erotismo “masochistico” che si impadronisce di entrambi i soggetti, con una  prevalenza da parte della donna, che mette a segno tutti i suoi mezzi, di esposizione fisica, di indumenti tradizionalmente visti come erotici, fino all’uso della frusta, al collarino da cane con relativo guinzaglio con cui incatena il succube divenuto suo servo.

Sempre più impotente a resistere una volta accettato il patto di soggiogamento, il regista si  trova poi a sostenere la parte di lei, di cui veste anche i panni, quella famosa pelliccia che secondo le regole masochistiche è elemento indispensabile per la riuscita della malìa erotica.

Ha riscosso l’applauso del pubblico l’evidente simpatia per i due attori, lui disinvoltamente recitante approfittando del ruolo di regista, lei popolare per i suoi film di consenso popolare e per la sua velocità nel passare dal linguaggio della povera attrice alla ricerca di scritture – servita dalla traduzione di Masolino D’Amico che non ha risparmiato “cazz” e “vaffa” -, a quello molto intriso di un divertente birignao della nobildonna.

Lo spettacolo, è ovvio, va preso come un gioco, un divertissement di lotta fra i sessi.

Ma ci è parso che questo libro avrebbe potuto essere elaborato in maniera meno monotona, imponendo ai due attori una vera corvée per portare alla fine lo spettacolo, che rimane un po’ sospeso, con lui incatenato al palo, un filo di rossetto sulle labbra, lei defilata fuori dalla scena per poi tornare, giustamente, per gli applausi, e per slegare il povero regista.

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