VETRI ROTTI

VETRI ROTTI COPERTINA Maurizio Donadoni e Elena Sofia Ricci - foto di Mario D'Angelo MEDIA

di Arthur Miller

traduzione Masolino D’Amico

con Elena Sofia Ricci

Maurizio Donadoni

David Coco

e con

Elisabetta Arosio, Alessandro Cremona, Serena Amali Mazzone

scena Andrea Taddei

costumi Barbara Bessi

luci Gaetano L Mela

musiche Stefano Mainetti

regia Armando Pugliese

produzione ERRETITEATRO30

Roma, Teatro Eliseo, 4 febbraio 2020

Maricla Boggio

Subito dopo essere stato scritto da Arthur Miller, “Vetri rotti” venne rappresentato nel 1994 al Long Wharf Theater di New Haven e a Bologna nel 1995 con la regia di Mario Missiroli e una superba Valeria Moriconi. La traduzione, ieri come oggi, è di Masolino D’Amico, precisa, pertinente,incisiva. Non è un caso che dopo essere stato dimenticato per venticinque anni, venga ora rappresentato suscitando la sensazione di assistere a qualcosa che ha a che fare con situazioni attuali, riguardo alle tematiche che vi si svolgono, sia nel pubblico che nel privato.

Le riflessioni che Armando Pugliese si pone circa i significati che si adombrano e in parte si esplicitano nel testo sono derivate da un attento esame delle tematiche che Miller ha voluto svilupparvi: è difficile in questo periodo che un regista interpreti un testo prima di metterlo inscena, di solito invaghendosi di propri capricci e utilizzando la scrittura drammaturgica come personale campo di esibizione.  Pugliese invece parte dal titolo attraverso i suoi significati, che racchiudono sì la famosa “Notte dei cristalli” del 1938, con l’insorgenza destinata a crescere nel suo orrore negli anni seguenti, in Germania; ma prende anche in considerazione quei “vetri” che il titolo più modestamente nomina, rotti per i tanti piccoli attentati agli ebrei di Berlino e altre città, vetri privati di povera gente impaurita, già vittima di denigrazione – i giornali ne scrivono quasi come una  esigua notizia di cronaca – che alcuni ebrei in Germania sono costretti a pulire i marciapiedi con gli spazzolini da denti. Ma ai tranquilli americani ebrei, la notizia provoca soltanto sommaria curiosità, sicuri come sono che simili stupidaggini saranno presto accantonate. Quei vetri ricorrono spesso nelle battute del testo, come minaccia sotterranea e invasiva. E Pugliese mette in evidenza, attraverso il personaggio di Sylvia, il terrore che inducono quei “vetri rotti” lontani nello spazio, ma vicini nello spirito di chi condivide il disagio e il preannuncio di una tragedia imminente: terrore che in lei diventa fisica paralisi, al punto da non potersi più reggere in piedi né camminare. Ed è graduale nell’interpretazione di Elena Sofia Ricci questo iniziare dall’esterno della notizia di quei vetri frantumati e di quell’umiliazione di persone innocenti, per poi diventare privato tormento interiore, da decenni rinchiuso dentro di sé fino a deflagrare in quella inibizione. Aleggia il primo avvertire di Freud in quel passaggio dall’esterno di un sintomo alla sua causa profonda.

C’è tutto un mondo di ebraismo che Miller sente come suo nelle pieghe indicibili dei comportamenti. Maurizio Donadoni, nel ruolo del marito Philip, ne porta il carico espressivo, riuscendo a esprimerlo nelle sfumature impercettibili del comportamento, fra la sicurezza vantata e la debolezza interiore: attaccato al suo posto di lavoro, orgogliosamente va svolgendo la sua mansione di procuratore di appartamenti per un padrone che non bada alla provenienza dei soldi, e lui ebreo non si preoccupa – da quanto si capisce –  di ebrei che si siano trovati nel bisogno, sempre un po’ vergognandosi di essere ebreo, quasi nascondendolo, per ritornarvi poi, quando la necessità lo richiede, affidandosi al rabbino con i suoi riti. Questi ed altri elementi contribuiscono a creare una situazione di difficoltà esistenziale, che culmina nella situazione di Sylvia, sicura di avere un qualche male virale, scacciando da sé la verità del suo stato, di frustrazione antica dovuta all’odio per quel marito, premuroso ma ignavo, possessivo e dispotico, che le ha fatto lasciare il lavoro appena sposata per averla tutta per sé per fare figli ed essere il padrone assoluto di questa trionfante ipotizzata famiglia. E da allora, lei gli si è negata.

Lo spirito freudiano si insinua quasi senza che Philip se ne accorga nelle pareti domestiche, mutando la situazione: Sylvia si sente attratta da Harry, il dottore che tenta di tirarla fuori dalla sua malattia dichiarandone lo stato mentale, e David Coco investe il suo personaggio di un forte senso di responsabilità che nelle pieghe del testo gli consentono accenni di una certa affettività nei confronti di Sylvia, se non di una passione che entrambi trattengono.

Quei vetri rotti sono anche vetri di un’anima tormentata, simboli di una religiosità sentita superficialmente, come appartenenza a una cultura, e finiranno per rivelarsi nella loro verità da parte di Sylvia in una difficile confessione ad Harry. Il testo di Arthur Miller fa sentire tutta la complessità che l’autore cerca di mostrare nella sua scrittura, a cavallo fra una tragedia sociale e un caso privato, richiamo a un evento imminente, ma soprattutto fallimento di un rapporto fra una donna e il marito, causa della sua stessa malattia. Soltanto quando Philip, licenziato e umiliato sul lavoro, denudato nel suo intimo di uomo incapace di avere una relazione autentica con la moglie, dopo un lungo confessarsi con lei schianta su quel letto un tempo sognato come sorgente di vita futura, è allora che Sylvia si alza di scatto dalla sedia a rotelle, e riconquista, con stupore, l’uso delle gambe: un finale ad effetto, con cui finalmente Miller termina la vicenda così ricca di simboli e di riferimenti da richiedere che tutto si concluda senza altre spiegazioni.

Uno spettacolo costruito con intelligenza da Armando Pugliese, che è riuscito anche a superare quell’ostacolo della narrazione iperrealista da Miller spesso adottata, che gli impedisce di raggiungere, pur nell’alto livello del suo teatro, la trascinante forza della poesia e dei simboli di Cechov.

Emozionata e coerente nel suo ruolo, dura e sensibile a seconda del momento, Elena Sofia Ricci induce a far riflettere attraverso la sua Sylvia sulla misteriosa complessità dei comportamenti. Maurizio Donadoni ha dovuto lavorare sul personaggio per rendere la meschinità disarticolata del suo Philip. E insieme all’apprezzamento per David Coco – il pugnace dottor Harry, neofreudiano che ricorda il caso di “Anna O -, è giusto citare gli attori Serena Amalia Mazzone, Elisabetta Arosio, Alessandro Cremona negli altri ruoli della rappresentazione.

I commenti sono chiusi.