PLAY STRINDBERG

PLAY STRINDBERG foto MEDIA di SIMONE DI LUCA

di Friedrich  Dürrenmatt

traduzione di Luciano Codignola

con

Maria Paiato – Alice

Franco Castellano – Edgar

Maurizio Donadoni – Kurt

scena Antonio Fiorentino

costumi Andrea Viotti

luci Luca Bronzo

musiche Antonio Di Pofi

regia Franco Però

produzione Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia,

Artisti Riuniti e Mittelfest 16

Roma, Teatro Eliseo, 9 maggio 2017

Maricla Boggio

La lezione di Brecht si esplica in tutta la sua nitidezza in questo testo che Friedrich Dürrenmatt scrisse nel 1969, quando era direttore del Teatro di Basilea, dopo essersi reso conto che le traduzioni del testo di Strindberg “Danza macabra” non rispondevano all’esigenza di una rappresentazione. Talvolta nascono così dei lavori nuovi, che si innestano su di un tronco robusto che sopporta bene le esigenze di tempi mutati nei quali tuttavia permane un tema profondo e ineludibile. E la traduzione di Luciano Codignola, che con sensibilità e cultura era stato anche lui autore in un tempo purtroppo breve, segue con coerenza la scrittura di Dürrenmatt.

Ecco allora una vicenda incentrata sui rapporti di coppia, che si sviluppa interamente in una sorta di classica unità aristotelica, di tempo – tre giornate -, luogo – lo spazio esiguo dell’abitazione del militare e di sua moglie nell’isola -, azione – lo svolgersi esemplare dei cerimoniali esistenziali dei due, a cui subentra un terzo personaggio, il cugino della donna, un tempo anche suo amante, la cui presenza sollecita antiche storie di parentele, rivalità, complessi affari che intrigano i tre in non chiaribili responsabilità.

La metafora del ring dove si svolge un incontro di boxe, in cui si dovrà arrivare, dopo varie alternanze, alla vittoria di uno dei due contendenti, qui si fa realtà. La simbologia diventa reale incontro sportivo, e la tensione con cui i personaggi vivono la successione degli incontri snatura l’umanità a vantaggio della tensione a prevaricare nell’intento di sopraffare l’altro annientandolo piuttosto che semplicemente vincerlo.

L’astuzia di Dürrenmatt è stata quella di aggiungere al classico duello a due un terzo contendente, personaggio quanto mai determinante nel testo originale di Strindberg. Forse qui da intendere come un arbitro che nel ring prende via via le parti dell’uno o dell’altro dei protagonisti, abdicando alla parzialità per appoggiarsi a questo o a quella a seconda del proprio interesse.

In questo incontro che dura ben undici rounds Franco Però ha giocato con sicura precisione la sua regia. Ha schivato la pesantezza della ripetitività delle scene che a lungo presentano i due primi protagonisti avanti che arrivi il terzo. Ha suggerito di trasformare tale ripetitività in variazioni sul tema. Maria Paiato ha tirato fuori dalla gamma ricca e variata delle sue possibilità espressive la chiave di una comicità sfumata, che oscilla dalla ferocia all’astuzia non trascurando insinuazioni seduttive, che si rafforzeranno poi con l’arrivo del cugino Kurt. Il ruolo di Kurt è di Maurizio Donadoni, un attore che recita senza mostrarlo, seguendo uno stile che ricorda certi  interpreti inglesi, che sembrano buttar via le battute, ed è un pregio raro, da noi. Anche qui Franco Però ha operato con finezza, imprimendo al personaggio un che di favolistico, di emergente dal nulla di quell’approdo isolano per far scattare il meccanismo diabolico che si svilupperà negli undici incontri. Anche Franco Castellano, che è Edgar il Capitano, alleggerisce l’ottusità malsana del suo personaggio in una sorta di dimostratività maligna e al tempo stesso giocosa, nei vari momenti in cui finzione e realtà negli attacchi del suo malcaduto si intrecciano creando a loro volta sconcerto o speranza di morte negli altri due.

Insomma, l’assunto tragico della invivibilità matrimoniale della coppia  ed evidenziato dal terzo personaggio, si fa motivo di esemplificazione spettacolare, mantenendo fino all’ultimo una giocosità che difficilmente, nella lezione brechtiana protesa ad altri scopi, di maggior valore politico, si mantiene viva per tutto il percorso.

Contribuiscono al progetto registico di Franco Però la scelta delle musiche di Antonio Di Pofi, che scandiscono i tempi degli incontri con arguta malizia. La scena di Antonio Fiorentino sdrammatizza un vero ring riempiendolo, ad ogni passaggio, di luci che si abbattono sul pubblico per ridargli poi, al nuovo round, la scena mutata. I costumi di Andrea Viotti che per i due personaggi maschili si mantengono a un doveroso  rispetto d’epoca borghese per Kurt e a un’esaltazione di gradi, spade e cappelli per Edgar, si slancia poi per l’Alice di Maria Paiato a un sontuoso abito lungo rosso violento, che qui sta bene ad indicarne la lussuriosa natura anche un po’ diavolesca.

Lo spettacolo di Franco Però dimostra come lavorando davvero, nel pieno rispetto di un testo importante a cui ben si può aggiungere la propria sensibilità interpretativa, si riesca a fare del buon teatro, perfino divertente.

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