AMERICAN BUFFALO

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di David Mamet

adattamento di Maurizio de Giovanni

regia di Marco D’Amore

con

Marco D’amore – ‘O Professore

Tonino Taiuti – Don, proprietario del negozio

Vincenzo Nemolato – Guaglione

scene Carmine Guarino

costumi Laurianne Scimeni

Luci Marco Ghidelli

Sound Designer Raffaele Bassetti

Produzione Teatro Eliseo

Teatro Piccolo Eliseo, 28 settembre – 23 ottobre

 

Maricla Boggio

“American Buffalo” , che Davide Mamet scrisse per il teatro nel 1975 e che divenne un film – protagonista Dustin Offman nel 1996 –è stato trasposto da Maurizio de Giovanni in una Napoli di qualche decennio fa, quando il mito dell’America, delle sue mode e del suo linguaggio spericolato e provocatorio – un po’ genere Alberto Sordi, ma in terra partenopea – pervadeva le periferie urbane, in un clima in cui la violenza era ancora relativa rispetto a quanto accade oggi.

Fra i protagonista di questo attuale spettacolo c’è Marco D’Amore, conosciuto per la sua interpretazione di un personaggio di “Gomorra” e forse in tale analogia l’attore è stato scelto per una sorta di Boss  – anche se soprannominato O’ Professore –.

I personaggi di una piccola compagnia di imbroglioni sono capeggiati dal padrone di un negozio di rigattiere – una scena alla Gae Aulenti, di Carmine Guarino -, Don – Tonino Taiuti  in bilico fra alterigia e buoncuore – che ha come schiavo fedele Guaglione –Vincenzo Remolato, che gioca con sapienza sul suo fisico appoggiandosi al fanciullesco e al minorato -.

Per la durata di un’ora e mezza i tre girano intorno a un colpo che dovrebbe rendere parecchio se riusciranno ad impadronirsi di una monetina – “American Buffalo”, una moneta, appunto, dalla testa di bufalo – soffiata a Don da un cliente che ne ha fiutato il valore pagandola pochissimo.

L’adesione dei tre attori ai protagonisti consente alla pièce di svilupparsi attraverso ogni possibile variante, dalla connivenza fra Don e Guaglione, all’esclusione di questo a vantaggio del Professore, con un richiamo, più volte ripetuto, a un altro membro di questa banda di poveracci, che non si presenta all’appuntamento per effettuare la rapina, ma di lui si parla e si riparla, quasi novello Godot.

Il linguaggio napoletano-americano che Maurizio de Giovanni ha spalmato sul testo mamettiano, e il clima che oscilla fra un racconto  eduardiano e un’anticamera della camorra hanno una certa presa comico-grottesca. Ci sono tuttavia riferimenti al presente – gli euro, ad esempio – che non collimano con le somme vantate – poche centinaia sempre, per vincite ritenute prodigiose ecc.- spiazzando nell’oggi quello che poteva funzionare mantenendolo in un periodo precedente, quello appunto scelto da Mamet, che non conosce ancora la violenza dell’attuale America e si culla in questo gioco della monetina.

I fatti di Gomorra rendono ingenua questa vicenda di tre perdigiorno accaniti sul piano piratesco che pur si ammanta di attualità. Rimane da ammirare l’inventiva degli interpreti, che si prodigano in variazioni espressive per tener desta l’attenzione e favorire il divertimento del pubblico, fino al quasi dramma conclusivo, quando il Professore tira in testa a Guaglione una bottiglie di birra con relativa colata di sangue – un bel trucco – , ma tutto si conclude felicemente, anche la pistola del Professore era un giocattolo, e trionfano i buoni sentimenti, Don al soccorso di Guaglione con attenzioni paterne rinuncia alla rapina.  Tempi antichi trapassati, mentre oggi purtroppo Napoli gioca vero.

 

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