DENTRO LA TEMPESTA

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scritto e diretto da

Salvatore Striano

con Carmine Paternoster

Beatrice Fazi

scene Alessandro Chiti

Roma, Teatro Off/Off

19 ottobre 2017-10-20

Maricla Boggio

L’evento si chiama “Off/Off” ed è un teatro che nasce. Un teatro a lungo vagheggiato, che Silvano Spada ha tratto da segreti luoghi dimenticati nella loro bellezza e tornati alla luce per sua ostinata volontà e fantasia.

Il nero e il rosso dominanti richiamano a fasti antichi resi moderni da immagini di volta in volta ad apparire suggerendo rappresentazioni future, volti noti e sconosciuti di attori e attrici. La sala tutta in velluto rosso è un morbido scivolare verso il palcoscenico di un profondo nero, che si fonde con le pareti pronto ad accogliere le scene che verranno.

E’ stata davvero un’impresa coraggiosa, questa di Silvano Spada. Un’impresa che  possiede implicita la volontà di tornare, come un tempo, a inserire il teatro nella vita quotidiana, in un palazzo abitato dove di volta in volta si ricrea fra amici l’insostituibile dimensione teatrale.

L’intera stagione è già prevista, da ottobre a maggio, con un rapido succedersi di spettacoli, eventi e incontri. L’inaugurazione, Silvano l’ha voluta dedicare a uno spettacolo – “Dentro la tempesta” – che unisce esperienze di vita di reclusi alla scoperta del teatro come un appiglio al cambiamento.

Realtà e metafora si intrecciano nello spettacolo scritto, diretto e interpretato da Salvatore Striano a cui si affianca Carmine Paternoster, come lui proveniente da un’esperienza carceraria, poi conclusa con un ritorno a un’esistenza in cui il teatro ha preso un posto dominante.

E’ stato proprio in carcere che i due protagonisti si sono aperti alla comunicazione verso gli altri, prima ignorata o equivocata. Quell’immergersi nella meraviglia della “Tempesta” shakespeariana passata attraverso l’invenzione eduardiana – il Maestro tradusse la commedia in un sapido linguaggio napoletano –  quando stavano in carcere a scontare un conto presto concluso, fa sì che la realtà si fondi con il simbolo, la biografia si faccia esempio di esseri nel buio, a cui d’improvviso si chiarisce la ragione stessa dell’esistere.

Lo spettacolo in scena si svolge in uno spazio – accortamente utilizzato da Alessandro Chiti – circondato da inferriate a simulare due celle adiacenti.

Non vi si rappresentano fatti di particolare evidenza drammatica, ed è una scelta motivata. Perché è la vita quotidiana nel carcere a volersi mostrare nella sua monotonia deleteria, se non vi si oppone una forte volontà. Traspare all’interno della struttura carceraria la violenza che accompagna i prigionieri, le lotte dei clan, le rivalità di gruppi dalle origini regionali diverse. I due che dialogano sono entrambi di Napoli: portano i loro veri nomi in scena, creando uno psicodramma singolare. Gli sgarbi vanno ai calabresi, in una valutazione di gradualità diverse di violenza. E in quell’esistenza chiusa, entrano a tratti, con dolore, i fatti della vita esterna, la morte del padre non più rivisto nella malattia per un permesso negato, la scomparsa improvvisa della madre. Emergono sentimenti dimenticati, la rabbia e il risentimento non trovano sbocco consolante.  Il mondo esterno è la direttrice del carcere a introdurlo, ruvida e fiscale agli inizi, lei stessa poi con un giudizio critico sulla durezza ingiusta della legge, e Beatrice Fazi da attrice sensibile ne delinea un bel personaggio sensibile al  di là della sua carica. È poi il teatro a mutare gli animi e i destini futuri. Almeno per i due interpreti che hanno vissuto davvero questa esperienza e si son poi fatti strada in cinema e in teatro. Ma il teatro è per tutti un modo per sentirsi liberi, non può diventare un lavoro per tutti. E il problema del reinserimento rimane.

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