DER PARK

DER PARK

Dal Sogno di una notte di mezza estate

di Botho Strauss

Traduzione di Roberto Menin

regia Peter Stein

con Maddalena Crippa, Paolo Graziosi, Pia Lanciotti, Mauro Avogrado,

Graziano Piazza, Gianluigi Fogacci, Fabio Sartor, Arianna Di Stefano,

Silvia Pernarella,  Alessandro Averone

Argentina, Teatro di Roma

5 maggio 2015

 

Maricla Boggio

 

Discorso complesso di riferimenti teatrali, mitologici, sociali, “Der Park” scritto da Botho Strauss nel 1983 per Peter Stein, dopo discussioni e riflessioni con il regista circa la situazione in cui il mondo andava a trovarsi, di crisi e di degenerazione morale, questo testo lungo, continuamente mutante e tuttavia ancorato a una volontà di fondo, è tornato ad andare in scena, dopo quella prima volta tedesca di 32 anni fa, di nuovo con la regia di Stein, a Roma, come spettacolo clou del nostro teatro nazionale, fortemenente voluto dal suo direttore Antonio Calbi, in vista di unìampia possibilità di stabile collaborazione con Stein, pilastro della regia a livello internazionale. E’ lo stesso Stein a dichiarare di aver cercato di rimettere in scena l’opera senza mai riuscirvi, né in Germania né in altri paesi. Ci è riuscito adesso, con l’ablte traduzione di Roberto Menin che schiva le trappole dell’eccesso di fedeltà linguistica adottando un livello adatto ai diversi personaggi – più alto per Oberon, più di bassa lega per la gente di genere inferiore, e borghese veloce per le coppie di derivazione dal “Sogno” – , impegnando lo Stabile alla sua produzione più importante, residuo dell’articolato progetto che vedeva Stein maître in un lavoro triennale da sviluppare su diversi fronti di spettacolo.

Certo l’ispirazione di Botho Strauss parte dal “Sogno”shakespeariano, ne mantiene alcuni personaggi come Oberon e Titania, cancellando la coppia regale Teseo-Ippolita e tutta al corte che li circonda; mantiene la duplice coppia dei giovani facendone dei maturi borghesi accasati con voglie pruriginose; trasforma il folletto Puck devoto a Oberon nell’eseguirne i comandi di incantensimi in un maturo artista bizzarro omosessuale – Cyprian – le cui magie si realizzano sotto forma di amuleti che determinano i comportamenti di chi li indossa portandoli a eccessi, follie, devianze sesssuali. Insomma quello che era il “sogno” incantato e favolistico del testo originale  rimane un riferimento greve, tragico, diremmo sporcato, di una citta metorpolitana degli anni Ottanta, epoca in cui comincia ad emergere lo sgretolamento di una società trasgressiva sul piano morale, sociale, civile ed economico. Stein mantiene quell’epoca, ricavandone una sorta di favolistica previsione infausta, che oggi ancora di più ha tralignato.

Questo “Park”. spazio centrale delle azioni, su cui talvolta si affacciano gli appartamenti delle coppie – è pieno di spazzatura, più secco che verdeggiante. Oberon e Titania si sporgono da cespugli polverosi adescando passanti con lunghi membri. Litigano fra loro perché il giovane nero amato da lei è conteso da lui, che si vendicherà del suo rifiuto inducendo Titania a diventare non – come in Shakespeare – un’innamorata di un asino per il poco tempo di un sogno, ma a smaniare come Pasifae per un toro attirandolo fino ad esserne ingravidata e a partorire il Minotauro. Il mito si insinua un po’ pretestuosamente nel contesto, come si insinua “Il mercante di Venezia” nella contesa di Porzia da parte dei tre pretendenti, mentre qui è Titania a sollecitarli tutti e tre mostrandosi nuda di profilo e di faccia per indurli a possederla. Ma anche il giovinetto amato da Titania qui è un giovane nero che fa il netturbino e che alla fine ucciderà Cyprian: ma perché lo uccide? mentre nelle liti  fra Helen e Georg – una delle coppie –  il tema dominante è il razzismo di lei contro i negri, e il marito èun assertore di idee libertarie? Questo Cyprian-Puck violentato colto nel momento di offfrire denaro a un nero rappresenta forse la degradazione dell’arte, la caduta della poesia… ipotesi a cui è difficile dare risposta in un contesto liberatosi dalla sua fonte ispirativa. E’ evidente che Stein tende a sottolineare l’ingigantirsi di una sorta di pronografia feticistica che ha invaso il mondo attuale, cancellando l’origine delle contese amorose, dove la poesia sostiene l’azione riscattando il negativo. E’ un po’, questo, un gioco che presenta rischi e ambiguità.

Sul piao registico la successione delle  scene avviene con ritmi perfetti, che superano, avendo anche a disposizione i mezzi tecnici necessari – le difficoltà di  tener dietro al vertiginoso avvicendarsi degli eventi. Gli attori si cimentano in questa sorta di gara con una capacità e una abnegazione certo attinta dal loro regista, ma non facile comunque da sostenere in un intrico così poco fluido e coerente. Elemento di coesione sull’ampio sviluppo dello spettacolo è la figura di Titania – Maddalena Crippa dalle molteplici capacità interpretative -, che appare in vesti via via differenti a seconda degli ambienti in cui viene a trovarsi e ad agire. Così, dallo squallido parco in cui appare fra i rami rinsecchiti di una siepe, è poi una seduttiva mitica nobildonna, una assatanata imploratrice di un coito animale inducendosi anche ad una mimica fortemente significativa, fino ad essere una seducente signora in veste lunga e cappello bianchi, quando tuttavia il suo potere mitico è scomparso, come lo è in Oberon che ha rinunciato ai suoi poteri ed è diventato un signore borghese qualunque, un rappresentante della media borghesia impegnata a fare i propri affari in un clima di arrivismi e contrasti. Questa clima tranquillo e apparentemente benpensante di gente che discute ai tavolini del bar – un pezzo di scenografia collocato proprio davanti al pubblico – è un po’ la triste conclusione di un mondo senza più ideali, nemmeno negativi – anche se qualche rigurgito nazista si affaccia – , un mondo che ha rinunciato a lottare e che, se sogna, sogna soltanto se stesso.  A questo punto sarebbe finito lo spettacolo. Ma ecco un’altra scena, che si stacca dal contesto come una rappresentazione a sé. E’ il venticinquesimo anniversario del matrimonio di Titania, – un’altra trasformazione di Maddalena Crippa nel ruolo di una ben conservata signora dell’alta società – : suo figlio le ha preparato una festa invitando un sacco di gente. Soltanto che i convenuti sono soltanto cinque, e  il figlio di Titania è un Minotauro gay dai luccicanti zoccoletti dorati – Alessandro Averone offre al suo non facile personaggio intonazioni adatte al ruolo, anche se in questo linguaggio non c’è molto da fare tranne che sostenerne un certo cliché omosessuale -: la madre bacia con sensualità, mentre la cameriera davanti a loro si agita in rigurgiti passionali contorcendo le gambe calzate di nero.

Intorno girano nella penombra scarne figure mute: ogni tanto Oberon – Paolo Graziosi con disarmanti capacità interpretative in tutto lo svolgimento dello spettacolo – si aggira indeciso su dove dirigersi nel vasto salone semideserto di ospiti, e intanto madre e figlio dialogano con riferimenti poetici e illusorie possibilità esistenziali.

E’ un finale tronco, tristissimo, diremmo teso a suscitare lo squallore di in mondo senza motivi di esistere. E noi rimaniamo muti, sperando che qualche possibilità  di riscatto ci sia ancora, e che sia proprio la disperazione, la tristezza, la caduta dei valori, a far scattare l’emozione che il teatro dovrebbe trasmettere agli spettatori.

 

 

 

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