L’UOMO LA BESTIA E LA VIRTU’

di Luigi Pirandello
Gitiesse Artisti Riuniti
Teatro Stabile di Catania
con
Geppy Gleijeses, Lello Arena, Marianella Bargilli
e
Renata Zamengo, Mimmo Mignemi, Vincenzo Leto
costumi Andrea Bargilli
scene Paolo Calafiore
musiche Mario Incudine
luci Luigi Ascione
regia Giuseppe Dipasaquale
Roma, Teatro Quirino, 24 febbraio 2015

Maricla Boggio

Legata all’epoca in cui venne scritta, per metafora la commedia ha oggi un suo valore, rispetto ai falsi perbenismi e ai veri sentimenti. Parte di lontano, il discorso di Luigi Pirandello, approdato nel 1919 – stesura gennaio-febbraio – al palcoscenico nel maggio di quell’anno. Ma quel tema gli ronzava in testa da anni: nel 1906 scrisse la novella “Richiamo all’obbligo” che in qualche accenno deve aver sollecitato il regista Giuseppe Dipasquale, anche direttore dello Stabile castanese, a scegliere questa commedia, al debutto male accolta dal pubblico, certo per quella sorta di valenza in più che non potè non avvertirne, sentendosene toccato e forse anche offeso.

Proprio per affrontare una morale ipocrita e celata dietro il velo della dignità borghese, Pirandello diede alla commedia un carattere che esulasse da connotazioni realistiche; ne fece una farsa, apparentemente votata a divertire senza offendere nessuno. La commedia ebbe successo specie a Parigi. Pirandello convinse Marta Abba ad accettare il ruolo c he le era stato offerto da un impresario francese, della signora Perella: non era il massimo per un’attrice come lei – le scrisse -, ma Parigi era pur sempre Parigi.
Che il ruolo femminile non fosse granché lo sapeva benissimo, Pirandello, che nella novella questa disperata signora non ce l’aveva addirittura messa, mentre tutto si incentrava sul rovello del “trasparente” Paolino che, avuta la notizia dell’amante resa da lui incinta, cercava di trovare una soluzione accettabile per trarsi d’impaccio, riuscendo a rendere gradita la povera signora al marito, capitano di mare, in arrivo, per una sola notte, a casa, dove con scuse varie, ogni volta che vi riapprodava, rifiutava ogni rapporto con la moglie, ben provvisto di un’altra donna a Napoli, dove sostava prima di tornare in Sicilia. La “trasparenza” di Paolino riguarda la sua onestà morale, il suo rappresentare la verità, il rifiutare ogni falsità, al punto da divenire, certo, l’amante di una donna sposata, ma di essere arrivato a tanto per amore di giustizia, in quanto la signora era stata praticamente abbandonata dal marito.
Con i tempi mutati, Giuseppe Dipasquale si è reso conto che la figura della “virtuosa” signora Perella doveva essere valorizzata. Questo è uno degli elementi che rendono di particolare interesse la sua regia: c’è una scena in cui Mariannella Bargilli, isolata da un cono di luce, riprende il discorso – fatto da Paolino al dottore a cui ha chiesto aiuto – dell’albero nato in un campo abbandonato dopo che il nocciolo del frutto gustato era stato gettato da un passante per caso, e non con intenzione. L’interpretazione è di stile epico, e denuncia l’ipocrisia di quell’appartenenza del nuovo albero al proprietario del campo, è un’ulteriroe denuncia di una morale attaccata al diritto e non alle possibilità di un’umana convivenza.
Altro elemento messo in evidenza da Dipasquale, lo stile kabarett dell’insieme: sfrondato da personaggi e scene che a suo tempo erano affrontati con piglio esperto da attori di interpretazione dialettale, come quelle dei ragazzi studenti di Paolino, la commedia si svolge in un puro stile dimostrativo. Geppy Gleijeses aggiunge di suo una recitazione sopra le righe, a cui l’aggiunta di una sorta di copertura in plastica trasparente sopra il costume d’epoca gli conferisce visivamente quella definizione di “trasparente” che diventa così un ingrediente del kabarett.
Più confinato al suo tipo di interpretazione, Lello Arena furoreggia nel suo personaggio “bestia”, nel dialogo con Paolino-Gleijeses che si svolge con andamento vicino al duetto comico di antica tradizione italiana.
Altro elemento ad arricchire l’impasto dello spettacolo, l’apporto di una recitazione dialettale che echeggia Musco ed altri grandi del secolo scorso, che trova in Mimmo Mignemi un duplice apporto nei due personaggi, del medico e del farmacista da lui interpretati, mentre Renata Amengo si destreggia in abili cambi di carattere nelle due cameriere con il contributo di crestine e falpalà, e Vincenzo Leto bamboleggia il suo cresciuto Nonò.
Da citare la scena, per quello sfondo che echeggia una riva lontana, di un’Italia staccata dall’isola non solo per la terra, circondata da un mare che via via si tinge delle più varie sfumature del blu.

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