DITEGLI SEMPRE DI SÌ

_copertina  Ditegli sempre di si_ Carolina Rosi e  Gianfelice Imparato ph Lia Pasqualino

di Eduardo De Filippo

con

Carolina Rosi Gianfelice Imparato Edoardo Sorgente

Massimo De Matteo Federica Altamura Andrea Cioffi

Nicola Di Pinto Paola Fulciniti Viola Forestiero

Vincenzo D’Amato Gianni Cannavacciuolo Boris De Paola

regia Roberto Andò

scene e luci Gianni Carluccio

costumi Francesca Livia Sartori

Elledieffe – La Compagnia di Luca De Filippo – Fondazione Teatro della Toscana

Roma, Teatro Ambra Jovinelli, 8 gennaio 2020

Maricla Boggio

Nella casa medio-borghese di una Napoli di anni fa – la commedia è del 1927 – sta tornando, dopo un anno di manicomio, Michele, il fratello di Teresa, che intende dedicarsi a lui, unico suo parente a cui è affezionata al punto di sacrificargli la vita, rinunciando a risposarsi con don Giovanni, il padrone di casa verso cui si sente segretamente attratta, come lui da lei. Carolina Rosi impersona  fin dall’inizio Teresa come l’incarnazione della bontà e dell’altruismo nell’atteggiarsi del volto intenso e nella dignità del portamento, rendendo il personaggio di una modernità scevra da sentimentalismi.

L’incontro fra i due segna l’andamento dell’intera commedia, incentrata sul personaggio di Michele, risanato ma non guarito, a causa di una imperfezione che appartiene al suo ceppo familiare.

La didascalia – dove c’è tutto Eduardo con la sua sapienza scenica – indirizza il comportamento che Michele terrà per tutta la commedia. Gianfelice Imparato lo assume in una sorta di “alter ego” interiore, facendo suo il carattere del personaggio. Ne riporto il testo.

TERESA  – Miche’, Miche’…!

MICHELE – (apre le braccia, raggiante di gioia; vuole sembrare normale a tutti i costi, ma proprio i gesti precisi e il controllo ostinato che esercita sulla sua voce denunziano la grave malattia che l’affligge; un attimo di esitazione, poi) Teresi’!

TERESA – Miche’!

Si abbracciano.  

Su questo carattere Gianfelice Imparato e il regista Roberto Andò hanno lavorato con rispetto al testo ma anche capacità innovative della sua interpretazione, evitando facili giustificazioni sulla mancanza di metafora nel personaggio, sul suo desiderio di credibilità negli avvenimenti in cui si trova coinvolto e così via. Gli occhi intensi di Imparato superano il palcoscenico quasi sguardo diretto a ciascuno spettatore, così come il suo parlare privo di autocontrollo, nell’impulso di dire ciò che pensa e nell’entrare nel discorso altrui quando gli pare necessario, per chiarire, per spiegare, per allontanare equivoci, che nel costume comportamentale della società genere invece sconcerto.

C’è in Michele – Imparato la ricerca di una verità intrinseca perseguita attraverso un’adesione totale della propria persona, attraverso il pensiero che gli si riflette sguardo, con lo sforzo di tutta la sua fisicità: una lotta contro una realtà che viene continuamente fraintesa e “giocata” da chi la vive senza prenderla sul serio. Su questa base si sviluppano con facilità gli equivoci generati dalla presa alla lettera di quanto viene detto. Teresa vuole vedere Michele sposato, per dargli una certa tranquillità: glielo dice e gli propone Evelina, la figlia di don Giovanni il padrone di casa; ma si lascia scappare una sua propensione verso di lui, un bell’uomo… uno così le ci vorrebbe, ma per lei è un po’ difficile…

Qui, a parte una convenzione da accettare, di questa Evelina giovanissima – la vivace Federica Altamura – con un padre per niente anziano ma anzi molto giovanile – Massimo De Matteo con atteggiamenti dongiovanneschi – , che deroga dalla descrizione dei personaggi della commedia, per cui risulterebbe strano un matrimonio fra Michele e questa ragazzina, viene in aiuto al regista una sorta di “trasposizione freudiana”, per cui Michele, che dovrebbe concordare con Evelina il loro sposalizio, si sposta verso il desiderio accennato da Teresa, di un suo matrimonio con don Giovanni. Il discorso fila liscio con la ragazza meravigliata ma contenta di quella proposta per suo padre, del resto segretamente innamorato di Teresa.

È il primo degli equivoci creati dalla ricerca di verità di Gianfelice-Michele, il cui sguardo penetrante, come animato da una segreta urgenza di arrivare al fondo delle cose, indaga via via su ogni personaggio che ha a che fare con lui, mettendo in evidenza diversi livelli di quella che nel mondo comune viene considerata follia, ma che, in una più profonda indagine sull’essere umano, può essere interpretata come purezza, se chi viene osservato con l’occhio acuto di Michele è il giovane  Luigi, medico a metà come a metà è letterato e artista di teatro, in bilico fra l’essere e il voler essere: Edoardo Sorgente esalta le didascalie eduardiane in una cascata di invenzioni gestuali e sonore, a cominciare dalle varie risate esibite ai presenti impazienti di liquidarlo, perché “fuori” dalla rassicurante normalità. Ma la diversità dell’artista Luigi è divergente dalla verità sentita come irrinunciabile da Michele, è frutto di un altro genere di distorsione rispetto a quello socialmente invalso, di falsare le proprie azioni e le proprie aspirazioni, e talvolta viene pretesa per arte.

La festa di compleanno a casa di don Vincenzo – Nicola Di Pinto, capace di esperte caratterizzazioni – a cui imprime una cordialità coinvolgente donna Saveria,  la padrona di casa – un’esuberante Paola Fulciniti – è la situazione ideale per mettere a segno il modo di porsi davanti alla realtà da parte di Michele, la sua strenua volontà di adesione alla verità delle parole, non a quello che ritiene un fraintendimento. Durante l’esibizione di Luigi che recita una sua poesia per destare l’ammirazione dei commensali, Michele continuamente interviene sull’uso improprio da parte del giovane di significati estranei alle parole utilizzate nei versi, pretendendosi poeta. Forse qui la verità che Michele esige si accompagna a una sotterranea derisione da parte di Eduardo circa la falsità di certi pretesi poeti. Michele esprime quindi la funzione di coscienza che indaga su ogni comportamento della società, nei suoi aspetti più esteriori alla ricerca di ricchezze non meritate, di successi non autentici, di sentimenti non sentiti.

Numerosi i momenti di impagabile divertimento, che le osservazioni di Michele producono negli spettatori. Ma, al di là del divertimento, tipico di tante scene eduardiane, in questa commedia che appartiene a un periodo ancora giovanile dell’autore, si avverte una volontà di mettere a nudo la sofferenza dei cosiddetti “puri di cuore”, e la risata è tenera, come davanti all’esibizione di un bambino ingenuo del mondo, ma in pericolo per quello che ancora non sa.

Innumerevoli sono ancora le situazioni equivoche, come quando Vincenzo  si dichiara morto pur di non far pace con Attilio – Gianni  Cannavacciuolo – , l’odiato fratello. Della sua scomparsa Michele, convinto dalla drasticità dell’affermazione di Vincenzo – “Sono morto!” -, si affretta a comunicare il decesso ad Attilio con un telegramma –, ma l’incontrofra i due fratelli fra corone da Camposanto e stupore generale finirà in una rassicurante riappacificazione.  Così Saveria  arretrerà terrorizzata  alla notizia sostenuta da don Giovanni che gli rifiuta la figlia, che Luigi è pazzo davvero, al punto che ne verrà concertato un internamento manicomiale.

Un’ultima trovata, davvero geniale: l’odio per i bottoni da parte di Attilio, confessato a Michele in ascolto partecipe anche se perplesso, manderà tutti a casa, rassegnati, con le giacche aperte perché quegli odiati bottoni Michele li ha staccati, mettendoli saggiamente nella tasca di ogni giacca: non la sua che, ragionandovi sopra, quei bottoni gli pare servano a qualcosa, e se li abbottona, compiaciuto.

La commedia finirà con un po’ di mistero. Michele ha tentano azioni pericolose, stava per tagliare la testa all’artista Luigi, ma Teresa lo ha fermato, e ha detto più volte che vuole dedicarsi al fratello. Michele è convinto che al manicomio andrà Luigi, e ne consiglia l’immediato internamento. Che ne sarà di Michele? Vincenzo, riferendosi a Teresa, commenta “Povera femmena”. Sarà perché dovrà sempre tener dietro a Michele? O perché dovrà di nuovo mandarlo in manicomio? In un’immagine che ricorda l’originaria messa in scena di Eduardo insieme a Regina Bianchi, fratello e sorella stanno uno di fronte all’altro, mano nella mano, sorridenti e immemori del mondo circostante.  Roberto Andò mette poi tutti quanti i personaggi in posa, per una sorta di foto-ricordo in cui il bianco degli abiti suggerisce un ospedale psichiatrico. Tutti silenziosi, gravi, compresi del proprio ruolo. È uno sguardo alla società, in tutti i suoi risvolti.

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