FRATTO – X

di Flavia Mastrella Antonio Rezza

con Antonio Rezza

e con Ivan Bellavista

(mai) scritto da Antonio Rezza

habitat di Flavia Mastrella

disegno luci Mattia Vigo

una produzione Antonio Rezza

Fondazione TPE – TSI La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

 

Teatro Vascello, Roma, 4 dicembre 2012

 

Un folletto bizzarro entra d’impeto in scena manovrando una stramba biciclettina  e con voce roca e intonazione romanesca apostrofa in modo concitato  gli spettatori lanciando urla e imprecazioni; è un essere in preda a una smaniosa volontà di agitarsi, minacciando cose imprevedibili nel tentativo di affermare un suo Sé – “Sono Mario!” – al quale si rivolge, che lo tiene prigioniero di quella sua essenza ineludibile trascinandolo come preso da un vortice fuori dal palcoscenico, fino a rinchiuderlo chissà dove, pare in un gabinetto da cui cerca di evadere dando pugni e calci e infinite represse maledizioni. Questo l’inizio di “Fratto _ X”, che Antonio Rezza funambolo del movimento e della parola presenta in questi giorni a Roma, seguito dall’incantata attenzione dei suoi fans che da lui accettano ogni nuova estrinsecazione.

Rapiti, giovani e anche anziani attendono che torni il loro beniamino da quel luogo lontano dove Mario si è cacciato nel tormentato dialogare con se stesso, e aguzzano l’udito sorridendo all’ascolto di quegli urli attutiti dalla lontananza, finché al suo rientro scatta un applauso che è anche di sollievo per aver ritrovato l’amico.

Poi le scene si complicano, e Mario diventa Rocco che dialoga con Rita che non è un’altra, ma è sempre lui, con cappellino in testa, e giocano a scambiarsi e a travestirsi, e a barattare il proprio Sé con quello dell’altro-altra e anche a inserire un terzo che imita l’uno e l’altra: ma, s’intende, è sempre Rezza a sdoppiarsi, moltiplicandosi con una velocità e una precisione sorprendenti dentro uno stranissimo aggeggio di tela rossa, che pare un insieme di ali di farfalla e ondeggia e si incrocia nell’aria: è uno degli habitat di Flavia Mastrella, che con il niente di un po’ di stoffa crea mondi immaginati e lievi. Scena dopo scena, la creatività di Rezza pare svilupparsi in un gioco fine a se stesso; ma sopra il gioco si insinua malizioso lo sguardo all’oggi, alle scemenze televisive, alle quotidianità paludate della politica e del Pensiero.

Con becere intonazioni e gracchianti frasi di apparente  banalità Rezza costruisce dal nulla, volutamente impiegando soltanto pochi teli che va intrecciando e sovrapponendo e colorando con la sapienza delle luci di Mattia Vigo, sul suo corpo magro e vibrante su cui una sorta di tutina scarna funge da costume per ogni occasione; così costruisce un universo di gioco e tragedia, a cui la sua voce imprime un senso singolare, che induce al riso ma anche alla riflessione nello scoprirvi motivi di critica e, forse, di malcelata tristezza, di disperazione nel segnalare un mondo popolato da incombenti idiozie.

Il nonsenso e la furbizia di Petrolini e l’ammiccamento complice di Totò si  fondono con una artaudiana volontà distruttiva, stemperato sempre in un romanesco che non può che essere maldestramente bonario e un po’ stralunato: come quando, telo a circondarsi il capo, Rezza si trasforma in Rita da Cascia, e su questo Cascia ne dice di tutti i colori: che gli amici di Rita sono anche loro da Cascia ma che non bisogna sempre citare Cascia, e via di seguito con San Francesco che pur essendo di Assisti quindi non è di Cascia … Ma come seguire lo spiritello che slitta irrefrenabile a inventarsi nuovi percorsi sfuggendo alla logica attraverso l’uso severo della logica?

Capolavoro di vero teatro è il dialogo, articolatissimo e scandito da tempi da brivido, con Ivan Bellavista, l’attore che lo segue come un’ombra: è sempre Rezza a sviluppare questo dialogo in cui dà voce anche all’altro – una sorta di moglie, che sembra parlare con la sua voce; e l’alterco fra i due, il sospetto dell’altro-altra di essere preso in giro è davvero un pezzo di straordinaria bravura. Anche perché, oltre alla perizia sublime nel montare una scena del genere, vi si cela più che un sospetto, che quel rubare all’altro la parola non sia poi metafora di quanto accade spesso in una realtà imprigionata dai condizionamenti qual è quella attuale.

Alla fine dello spettacolo, gli spettatori non volevano più lasciare il teatro. Ed era un incrociarsi di applausi e di battute, di risate e di espressioni comico-grottesche dell’attore, felice che fosse stato accolto così bene quel suo gioco tanto scoperto da poter essere – nella chiave di lettura più semplice – anche  seguito con delizia dai bambini.

 

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