FROST/NIXON

traduzione di Lucio De Capitani

regia di Bruni/De Capitani

con Ferdinando Bruni/Frost e  Elio De Capitani/Nixon

e con Luca Torraca, Alejandro Bruni Ocaña, Claudia Coli, Matteo De Mojana, Andrea Germani, Nicola Stravalaci, Gabriele Galinori

 

scene e costumi di Ferdinando Bruni

luci di Nando Frigerio,

suono di Giuseppe Marzoli

Coproduzione Teatro dell’Elfo e Teatro Stabile dell’Umbria

Roma, Teatro Argentina, 21 maggio 2014

Maricla Boggio

Dopo lo spettacolo, ancora tutto imbiancato del cerone che lo aveva fatto assomigliare a Nixon insieme a una parrucchetta grigiastra, Elio De Capitani ci raccontava della commedia da cui parte la rappresentazione: quando ascoltavano le ammissioni di Nixon nell’intervista televisiva guidata dal’anchorman David Frost, gli spettatori americani tacevano annichiliti nell’apprendere che davvero le accuse di corruzione attribuite al loro presidente erano vere, e che le prove della sua colpevolezza erano emerse attraverso l‘abilità del giornalista intervistatore senza possibilità di dubbio.  E questi spettatori erano colpiti dall’immoralità di quel comportamento, e traevano da essa il loro giudizio negativo. Ci veniva spontaneo di confrontare quella situazione che aveva fatto crollare l’uomo più potente del mondo, con certe nostre situazioni, assai più gravi, eppure tollerate, che da decenni si verificano in Italia, in continuo ondeggiamento fra sentenze e rimandi, prescrizioni e patteggiamenti, scrollatine di spalle e concessioni alla propria coscienza.

L’impianto scenico, semplicissimo, diremmo brechtiano secondo una linea di continuità espressiva tendente all’essenziale, tiene saldo il discorso che si snoda per due ore filate sul tema dell’intervista che un giornalista da intrattenimento decide cocciutamente di fare a un Nixon ormai messo da parte, graziato dal successivo presidente – non gli verranno intentati altri processi – pur di chiudere un episodio sgradevole a tutti. La mancanza di credibilità di Frost, che secondo le televisioni a cui vorrebbe vendere le interviste che si è prefisso di fare non è all’altezza politica per sostenere un simile genere di incontro, è invece in definitiva la sua forza: perché è nel mezzo televisivo e nella sua personale capacità di fare spettacolo che si incentra il successo dell’operazione. In sostanza tutta la commedia – che è anche un dramma tragico a ben guardare – è la dimostrazione che è il mezzo a definire il successo di un argomento. Elemento assai pericoloso, che livella i valori di ciò che si esibisce. Nel caso di questa sorta di processo mediatico, non si è trattato soltanto del potere del mezzo televisivo e della bravura del giornalista, ma soprattutto dei documenti che, in mano al team di Frost, hanno decretato la caduta delle difese di Nixon, che ha dovuto arrendersi di fronte a quei nastri registrati che nessuno si era mai preso la fatica di ascoltare nonostante fossero a disposizione di chiunque avesse voluto consultarli. Lo spettacolo si sviluppa nelle abili mani  di entrambi gli attori-registi che interpretano i due protagonisti, accumulando interviste su infiniti argomenti, aneddoti, ricordi e quant’altro l’ambizioso Nixon esibisce, sicuro di tornare sulla cresta dell’onda davanti a un pubblico assetato di racconti. In alternanza a sostenere il progetto di Frost con il suo team, le scene in cui  il gruppo tenta di arrivare a quel punto fatidico che è il “Watergate”, unica speranza per raggiungere la vittoria sull’astuto intervistato, inventando ogni genere di marchingegni e rivelando le diverse caratterialità di ognuno. Tutto si concentra in quell’ultima intervista, quando Nixon capisce di non poter contrastare la forza della verità. Ed è un successo che supera il mezzo televisivo, le capacità professionali Frost e dei suoi collaboratori – un gruppo di attori di straordinaria bravura, a cominciare da Alejandro Bruni Ocaña che impersona una sorta di narratore che collega i diversi momenti della vicenda, pur avendo anche il ruolo di Jim Reston, colui che avendo scritto alcuni libri su Nixon, si ricorderà di certi nastri trascurati e li porterà a Frost decretando il successo dell’operazione.  E’ davvero la forza della verità a trionfare.

E il pubblico applaudendo convinto mormorava intanto “Da noi… ci sarebbe… Sai quello…” , insomma tutti quanti pensavano ai tanti “Watergate” che pullulano da noi. Elio De Capitano e Ferdinando Bruni dimostrano già un notevole coraggio a mettere in scena dei testi “morali” di questo genere, Elio poi, in cinema si è esposto parecchio nelle metafore del potere.  Allora, perché non fare un altro passo avanti?, perché non si fa un testo di questo genere anche in Italia, sviluppando una situazione nostra, fra le tante che costellano l’attuale situazione politica? Perché dobbiamo andare a cercare testi che hanno avuto successo all’estero parlando di scandali altrui, e non mettiamo in scena noi stessi i nostri scandali?  Di autori in grado di prendere in mano uno scandalo politico italiano io credo ne esistano. Ce ne sono stati e continuano ad essercene per il cinema, ricordiamo “Le mani sulla città”, “Il caso Mattei” e tanti altri. Il nostro teatro è timido, o forse pauroso.

 


 

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