HYSTRYO

HYSTRIO copertina 2

di Enrico Bernard

BeaT aprile 2020

di Maricla Boggio

Subito dopo il titolo, “Hystryo” si apre con un confortante verso novenario “Mentre a Roma fuori nevica”. È l’inizio di un racconto fantasioso e sognatore, in bilico fra il Kafka del “Processo” e il Dostoevskij delle “Notti bianche” di un fanciullo intellettuale incapricciatosi delle favole dei fratelli Grimm, a cui la neve fa spesso da sfondo. Qui la neve è l’elemento in cui si trova immerso il Protagonista fin dalla prima pagina, in una Roma insolita dove fontane e piazze, statue e parcheggi si nascondono dolcemente nel biancore che attenua ogni suono e scontorna ogni immagine. Perché Hystryo? Superando la duplicità della “y” che anzi ne accresce la forza, immaginiamo chi recita, ma più con i gesti che con le parole, crescendo da sé stesso a un essere più enfatico, del tutto moltiplicato nel suo esistere. Così troveremo questo protagonista che in maniera allusiva si insinua nei nostri pensieri e si fa seguire nel suo percorso che è naturale, di luoghi e di avvenimenti, ma anche percorso dell’anima, invenzione inconsapevolmente creativa ricca di sorprese e di avvenimenti inspiegabili, come avviene nei sogni, e nelle creazioni dei poeti.

Luogo di salvezza dall’invasione invadente della neve, appare all’inconsapevole protagonista – lui stesso si definirà l’Ingenuo” – uno spazio soffuso di luci al fondo di una strada ben individuabile per chi conosce i teatri di Roma. Esemplare come rifugio e calore, distrazione e conforto, un teatro. Il Protagonista, che racconterà ogni cosa al presente, come se tutto accadesse in quel momento, supera questa soglia ed entra in una dimensione altra, che andrà sviluppandosi via via in un continuo soliloquio del personaggio rivolto a esprimere le sue impressioni, talvolta dialogando con chi incontra, e moltiplicando i personaggi con cui si troverà a che fare nel corso della narrazione.

Già questo primo capitolo è completo nella struttura e nella volontà di esaminare il teatro nei suoi stupori imprevedibili. Ma altri ne emergeranno dalla fantasia di Enrico Bernard, bugiardamente come tutte le affermazioni di cui è intessuto il percorso teatrale del Protagonista.

È di vero diletto seguire il racconto che si sviluppa pigramente e a sorpresa continua mantenendosi nella sfera del teatro. Da quella prima serata di neve, in cui il Protagonista seduto in sala tutto solo, si vede poi accanto la cassierina dai turbanti seni dondolanti, a fare da sufficienti spettatori, due sono il minimo perché si possa fare la rappresentazione. Ecco allora farsi avanti l’Istrione allampanato, un personaggio degno di apparire accanto ai rappresentanti della Commedia dell’Arte, con il suo fare da attore scavalcamontagne e il suo ripetitivo “nevvero”, formula degna di un rustego goldoniano, interprete dell’Inkfuss pirandelliano in scena nel teatro, ma ben presto felice di cedere il posto da mattatore all’ignaro nostro narrante, invaso dagli applausi di un pubblico sorto dal nulla intorno a lui nel silenzio di attesa della sala.

Sarà un crescendo di invenzioni teatrali tutto il vasto sviluppo di Hystryo, , dove come un tormentone riappare un nuovo personaggio ogni volta a segnare un’azione del Protagonista, il Critico, il Delegato, il Produttore… perfino il Direttore Generale dello Spettacolo, che troveremo in una singolare situazione logistica.  Ognuno scoprirà la sua magica natura di moltiplicazione dello stesso teatrante attraverso quel “nevvero” che gli sgorgherà a tradimento dalla bocca a rivelarne la natura e a distogliere il Protagonista dalla speranza di essersi davvero imbattuto in quel personaggio a cui intendeva fare riferimento. Così per l’invito a cena a casa del Critico, che non si sa che cosa abbia pensato dello spettacolo, avendo dato l’impressione di dormire durante la rappresentazione. E invece, all’Istrione allampanato, dirà meraviglie di quell’interprete che cade dalle nuvole nel sentirsi elogiato, al punto di venir invitato a cena dal temibile giudicatre di ogni teatrante. La fuga dalla casa del Critico con la liberatoria sosta nel giardinetto al riparo da un grazioso roseto è uno dei pezzi di maggior divertimento, naturalmente con l’accompagnamento della convinzione che quel “nevvero” sfuggito alla risata del tipo, riporti anche questo personaggio al suo mistero di moltiplicazione del suo primo. Chi sono dunque tutti questi che si profilano al nostro Ingenuo, adulandolo, circuendolo, richiedendone collaborazione in vista di lauti guadagni?  Chi sono se non proiezioni multiformi di un sogno in cui campeggia il teatro, e il suo protagonista, che di teatro vive fino a quasi morirne, quando nello sforzo di esprimersi in quel palcoscenico in cui è stato sollecitato ad entrare, atteso dalla folla già conquistata da lui prima ancora di vederlo, ammutolisce e quel mutismo da incubo si fa interpretazione accolta con delirio? il gioco è al suo apice, ed è insieme critica feroce degli imbrogli moderni di tanta avanguardia, di tanti geni della raccomandazione burocratica che hanno scalzato il vero teatro. E l’invenzione si fa critica di verità attuali, di terribili attestazioni di successo acquisite dal nulla.

Ma altri momento sono ancora più divertenti, dovrei dire però tragicomici, grotteschi e così simili al verisimile da essere in realtà veri, come noi li conosciamo. Riguardano i rapporti con il Ministero dello Spettacolo, qui cautamente chiamato MICUSPET per non incorrere in guai, le cui pratiche burocratiche superano con abbondanza le descrizioni kafkiane e purtroppo rispecchiano la realtà delle situazioni in cui si trovano i teatranti. Oltre poi alla burocrazia, c’è poi un che di diabolico, che è tratto da una realtà irriferibile in una scrittura che deve mantenersi sul tono della leggerezza e del gioco.

Come finisce questa cavalcata da tregenda fantastica, che dall’iniziale suggestione della neve passa a stagioni torride, a tempi allungati nel mistero di un passaggio di tempo, che la macchina parcheggiata al primo cader della neve dal Protagonista denuncia attraverso le innumerevoli multe che vi si stratificano nel parabrezza?

Finisce in un risveglio del Protagonista al voltante della sua macchina, sollecitato da un vigile a partire per non intralciare il traffico. Il Protagonista non può che rinchiudere dentro di sé i sogni, gli incubi, i rimpianti. E partire.

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