I MALAVOGLIA

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di Giovanni Verga

con Enrico Guarneri

Ileana Rigano Rosario Minardi

Viltaba Andrea Francesca Ferro Nadia De Luca

Vincenzo Volo  Rosario Marco Amato Pietro Barbaro

Mario Opinato Ciccio Abela Giovanni Arezzo

Giovanni Fontanarosa Verdiana Barbagallo

Gianmaria Aprile Gianni Sinatra

musiche Massimiliano Pace

scene Salvo Manciagli

costumi Dora Argento

regia Guglielmo Ferro

Progetto Teatrando

Roma, 8 novembre 2016, Teatro Quirino

 

Maricla Boggio

A distanza di un secolo dalla sua stesura – 1881 – vedemmo, nel 1982, una rielaborazione de “I Malavoglia” di Giovanni Verga adattato con acuto senso del teatro da Ghigo de Chiara, protagonista Turi Ferro, regia di Lamberto Puggelli, in uno spettacolo di preciso rigore del Teatro Stabile di Catania, allora diretto dal mitico Mario Giusti. Coerente a tale visione di sicilianità emblematica, rivolta a una riflessione sul mondo dei vinti che qui assume linguaggio e gestualità della regione mutuandoli dal romanzo di Giovanni Verga, Guglielmo Ferro raccoglie quel mondo allora interpretato con estremo vigore da suo padre, e ne ripropone una versione corale, essenzializzata negli episodi e nella scena, dove spicca la figura di Padron Ntoni, qui interpretato da Enrico Guarneri, attore multiforme e di fama popolare, che trascina gli altri personaggi in una visione fatalistica dell’universo dei vinti, nella dimensione di rassegnata accettazione della realtà negativa che al suo mondo riserva soltanto ingiustizie, sociali e naturali.

Sono ben quindici gli attori impegnati nell’impresa, scandita in varie scene senza soluzione di continuità, dove gli episodi tragici – la perdita del carico dei lupini in mare durante una tempesta, in cui muore un figlio, la guerra che sottrae alla famiglia un altro figlio, le prevaricazioni e i ricatti subìti nell’ignoranza dei propri diritti, i matrimoni svaniti e così via si susseguono di generazione in generazione, in una ancora intatta inconsapevolezza di un possibile riscatto.

L’uso abbondante delle appoggiature dialettali, i proverbi e le modalità espressive di stampo popolare condiscono lo spettacolo trattenendolo in una dimensione da bozzetto che si lascia seguire piacevolmente inseguendone i momenti culminanti.

Abile a guidare i suoi quindici in una struttura semplificata ma comunque complessa, Guglielmo Ferro racconta  il romanzo verghiano con puntuale verità, attribuendo a ciascun personaggio una sua scena, un suo emergere dal gruppo, che ha poi momenti di autentica passionalità, specie nelle situazione di sofferta tragicità.

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