I SUOCERI ALBANESI


di Gianni Clementi

con

Francesco Pannofino, Emanuela Rossi, Andrea Lolli, Silvia Brogi, Maurizio Pepe, Filippo Laganà, Elisabetta Clementi

costumi di Antonella Balsamo

regia di Claudio Boccaccini

Sala Umberto, Roma, 26 dicembre 2014

Maricla Boggio

Con spirito natalizio Gianni Clementi,  insignito quest’anno del Premio Maschere del Teatro per l’autore italiano contemporaneo, ha ideato questo testo andato in scena durante le festività svelandone fin dal titolo l’assunto conclusivo, e lo ha sviluppato con le sue ben note arguzie, ma tutte, anche le più spinose, realizzate con incantevole leggerezza. Vantaggi e svantaggi rispetto al suo stile, che dietro le apparenze di bonomia, cordialità e volemose bene tira fuori a tempo debito la sua unghiata, che riconduce a una sorta di nemesi e di giudizio morale quanto in precedenza era sembrato acquiescenza al negativo, e chi segue gli spettacoli di Clementi ricorderà alcune sue tematiche di questo genere.

Qui il divertimento è assicurato, Clementi non si lascia sfuggire i tempi della risata a sorpresa, i giochi di parole, gli equivoci e via dicendo. I protagonisti sono una coppia piccolo borghese – “due borghesi piccoli piccoli” è il sottotitolo della pièce, ma noi non ci vediamo attinenze al borghese perfido e crudele di Cerami -, lui asssessore di sinistra, – Pannofino in stato di grazia comica – lei – Emanuela Rossi un po’ sul genere di “Nata ieri”  -  votata all’alta cucina per dimenticare l’incalzare degli anni; hanno una figlia in  età critica – sui sedici anni, che ci rivela in debutto sorprendente Elisabetta Clementi figlia d’arte -. Si aggiungono gradualmente al trio l’amica del cuore – l’età è prossima al declino,  Silvia Brogi duttile nelle mani di Boccaccini a ogni più bislacco abbigliamento – alla disperata ricerca dell’anima gemella ; un bizzarro colonnello giramondo vicino di casa, insalvabile nella sua omosessualità – Andrea Lolli con bei tempi e ritmi per il suo personaggio-marionetta. Ultimi, con una serie di ben trovati colpi di scena , due albanesi – Maurizio Pepe e Filippo Laganà paiono davvero stranieri nei loro inarticolati modi di esprimersi: idraulici chiamati a rimediare ai danni di un tubo del bagno, finiscono per impadronirisi della situazione, perché la figlia sempre imbronciata per una delusione d’amore trova nel giovane albanese il suo innamorato ideale e tanto ci dà dentro da rimanerne incinta. Un attimo appena di sussulto da parte dei genitori, ai loro tempi assai più arretrati, ma niente paura, la ragazzina si è traformata in una dolcissima figlia amorevole, non arretra di fronte alla prossima maternità e accetta di sposare il giovane arrivato da una delle più arretrate zone montane dell’Albania. Con tripudio di tutti – per le nozze la tradizione montano-albanese prevede tre giornata di danze, e la madre della sposa ne è entusiasta – fatte le valige il composito gruppo si trasferirà in quelle pendici scoscese, incurante delle inquietanti notizie che decreatano per la sposa ogni sorta di punizioni da parte del marito contraddetto o peggio ancora tradito.

Abbiamo preso questo spettacolo come un omaggio familiare a quella che dovrebbe essere la serenità natalizia, ma qualcuno maliziosamente ci ha rivelato che Clementi aveva previsto un finale non tanto roseo come è venuto fuori nello spettacolo. Forse era, quel finale, il momento in cui Clementi avrebbe ripreso il suo ruolo di affabile narratore provvisto, al momentio coclusivo, di una formidabile capacità di ribaltare le situazioni.

Il pubblico, gratificato da una storia in cui ognuno ci vede qualcosa di suo e da una regia – di Claudio Boccaccini – aderente all’andamento giocoso del plot, ride applaude e si diverte fluendo in maniera strabocchevole in teatro. Semel in anno…

 

I commenti sono chiusi.