LA CLASSE

Foto gruppo

di Vincenzo Manna

con Claudio Casadio, Andrea Paolotti

Brenno Placido, Edoardo Frullini

Valentina Carli, Haroun Fall

Cecilia D’Amico, Giuli Paoletti

regia di Giusppe Marini

Teatro sala Umberto, Roma, 13 novembre 2018

Maricla Boggio

Vincenzo Manna ha scritto un testo che delinea con nitida capacità espressiva una situazione di crisi dei giovani di oggi senza cadere in trappole di denuncia astratte come fa spesso lo stile perbenista di una certa pseudo-drammaturgia di oggi, dove molti autodefinentisi autori ritengono di essere tali soltanto per aver scelto violenze, stupri, assassinii, femminicidi e quant’altro a consacrarli tali.

Qui il testo è costruito davvero su di una situazione di violenza cittadina, ma lo svolgimento indaga in profondità sulle personalità di diversa natura di sei giovani studenti, ribelli a ogni condizionamento scolastico eppure costretti dalla burocrazia a conseguire quel diploma con cui potranno entrare nella vita ambendo a un qualche misero posto di lavoro. Di qui la rabbia contro tutto e contro di sé prima di tutto. Rabbia che si scatena anche contro il mite professore di storia che è stato mandato per fornire loro, rimasti indietro per assenze e intemperanze varie, quelle ore di lezione che costituiranno la scusa per il diploma.

Luogo dell’azione, una città dell’Europa centrale, emblematica di un disagio profondo della gente, a contatto con una zona definita “Zoo”, un tempo simbolo di uno spazio berlinese dove erano confinati i tossici, qui luogo di reclusione malcontenuta di migranti, terrore dei cittadini e loro oggetto di odio.

Questo odio si personifica a vari livelli nei giovani studenti, costretti dalla necessità del diploma a presentarsi in quella classe disastrata da selvagge incursioni precedenti.

Il professore di storia – Andrea Paolotti, molto espressivo e per niente retorico -, giovane anche lui, ma con quel distacco che ormai si avverte anche solo per un decennio fra i ragazzi, vorrebbe riuscire a catturare l’interesse degli studenti, ma la carica di violenze che ognuno di questi manifesta, nei suoi confronti e rispetto al dovere scolastico, lo vedono quasi sul punto di rinunciare.

Ogni studente ha nel succedersi delle scene ampio spazio per manifestarsi individuando drammaturgicamente un motivo alla ribellione: Albert– Brenno Placido, scatenato in voce e gesti a esternare una disperazione interiore –  intimorisce con la sua frustrazione  il gruppo con una carica di onnipotenza e condiziona  crudelmente, con il suo strano modo di amare, la volontà della pur mite ragazza a lui devota – Valentina Carli dai mutevoli atteggiamenti seduttivi –  che pare spensierata e sexy mentre si scoprirà soggetta a violenze familiari, al punto di tentare il suicidio; lo zingaro – Edoardo Frullini,  un punk che danza sui banchi e vola nell’aria come un vero posseduto da lsd –  usa la sua gestualità acrobatica per impaurire  mentre si sottrae a ogni azione  di concreta responsabilità; il nero – Haroun Fall, il più umano, ma succube del gruppo –  subisce l’aggressività dei compagni tentando di essere loro di aiuto, mentre Masia,  la piccola musulmana – Cecilia D’Amico, che già altre volte ha dimostrato le sue doti comico-grottesche –  vive nel terrore di esistere e vorrebbe scomparire, e la mite ebrea – Giulia Paolelli, che si isola dai compagni in una rigida compostezza –  vive con il complesso di appartenere a una famiglia facoltosa e si nasconde dietro un’indifferenza che è soprattutto paura. Il professore riuscirà a far breccia in questo muro di manifesta indifferenza facendo scaturire dai ragazzi quanto di positivo essi portano dentro di sé attraverso una provocazione: che cosa dirà chi dovrà parlare della vita di ciascuno al loro funerale? Poco o niente, tutto il negativo e niente di realizzato; e anche il professore si metterà nel mucchio, riconoscendo la propria inadeguatezza.

Scatterà poi qualcosa, specie per la messa in discussione di sé da parte del professore, e soprattutto per la scoperta del gruppo di poter partecipare a un concorso su di un tema umanitario. La proposta ufficiale riguarda l’olocausto e l’ovvio rimando a quello degli ebrei; ma i ragazzi si rendono conto di dover parlare della loro epoca, e lavoreranno sull’olocausto siriano, raccogliendo foto tragiche nella crudeltà delle torture, delle uccisioni di massa, delle fosse cariche di vittime, fino a vincere quel bando, in una ritrovata capacità di partecipare alla vita, facendone una possibilità di riscatto se fatta diventare azione attiva attraverso il proprio operato.

Il successo del progetto è una vittoria condivisa rispetto all’indifferenza dimostrata fino a poco prima nei confronti della vita e delle proprie possibilità a influire sul cambiamento. Un po’ sopra le righe la reazione del giovane frustrato che prima denuncia un migrante di aver violentato la ragazza, suscitando clamore intorno al caso, scoperto poi falso, e il momento in cui in preda al parossismo scarica la sua pistola contro tutti, ferendo il professore. Un elemento che funge da cornice filosofica, all’inizio e alla fine rivolto  agli spettatori e poi come personaggio  in dialogo con il professore, è il preside – Claudio Casadio, con distacco rispetto agli altri, a creare un rapporto fra la scena e la sala -, che nel suo pessimismo, ribadito più volte nel corso delle scene in dialogo con il professore, paragona le persone a delle galline incapaci di reagire ai soprusi, e a morirne piuttosto che ribellarsi.

La regia di Giuseppe Marini scandisce le varie scene con ritmi serrati, colorandole espressionisticamente di verdi, rossi e blu, quasi a epicizzare le situazioni, mentre conduce con mano ferma l’interpretazione degli attori,  facendone emergere, al di là delle battute, caratteri che echeggiano protagonisti dell’attuale mondo giovanile, mantenendo compattezza nella rappresentazione di questa isola esemplare del disagio e del riscatto.

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