LA TEMPESTA


di William Shakespeare

regia di Valerio Binasco

TSI La fabbrica dell’attore – Popular Shakespeare Kompany

con

Alberto Astorri, Valerio Binasco, Fabrizio Contri, Andrea Di Casa, Simone Luglio, Giammaria Martini, Deniz Ordogan, Fulvio pepe, Sergio Romano, Roberto Turchetta, Ivan Zerbinati

musiche di Arturo Annecchino

Scene di Carlo de Marino

costumi di Sandra Cardini

25 febbraio 2014, Roma,Teatro del Vascello

Maricla Boggio

Fedeltà a Shakespeare e libertà nel volerlo attuale, ma in un mondo inventato a proprio gusto, Valerio Binasco ha realizzato con i suoi attori in sintonia con questo sentire “La tempesta”, ultimo testo scritto dall’Autore, quasi testamento di riflessioni in cui le passioni che animano l’essere umano si placano accogliendo in sé il perdono.

Ci sono, all’interno di questo itinerario che segue con coerenza la linea tracciata da Shakespeare, momenti che si inseriscono quasi a sottolineare le tortuosità dell’animo umano, le complicanze della malvagità soprattutto, che non risparmiano nessun essere vivente, né di alto lignaggio né di bassa estrazione o addirittura animalesca: l’evidente prevalere dell’invidia secondo René Girard muove gli animi trascinandoli alla malvagità.

E Valerio Binasco vi insiste, rendendo ancora più luminosa l’accettazione del perdono finale che induce Prospero, divenuto mago da potente duca di Milano spodestato dal perfido fratello connivente con il signore di Napoli, a perdonare gli antichi suoi nemici, che per magia egli ha trascinato con una finta tempesta sull’isola in cui vive da vent’anni in solitaria compagnia con la figlia allora bambina Miranda, comandando sul docile Ariel e sul diabolico Caliban. Sono appunto le trame ordite da questi personaggi a moltiplicare gli attentati alla vita da parte di alcuni nei confronti di altri, resi inermi dal sonno. Anche Prospero, secondo questa animata versione di Binasco, si addormenta e sta per essere ucciso da Caliban insieme ai due marinai con cui ha fatto lega; come dire che la sete di potere non risparmia nessuno. Sono felici digressioni dal tracciato originale, come il dilatarsi dei dialoghi fra i signori del naufragio, subito alleati contro il loro duca appena addormentato. Su questi sonni impera, signore delegato, Ariel, qui divenuto anziano e basculante dallo sguardo fisso a un’interiorità che lo astrae, al tempo stesso facendolo astuto e vigile conduttore degli eventi, un’invenzione deliziosa e felice che pervade l’intero spettacolo; spesso con lui le battute si trasformano in delicate musiche, suoni armoniosi che lui stesso a tratti produce, appena sfiorando un legno germogliato o manovrando soavemente sul corpo del giovane naufrago Ferdinando, destinato a innamorarsi di Miranda, leggere variazioni musicali. Caliban è invece un mostro umanizzato, deformato nelle membra e nel volto, la cui recitazione indulge a certe esasperazioni adoperate da Lavia in certi suoi personaggi sofferenti. L’intero spettacolo propone innumerevoli invenzioni, che la voluta povertà della scena di Carlo de Marino – tre ante dal colore rossastro – e l’invenzione pauperistica dei costumi di Sandra Cardini rendono lieve come una recita di saltimbanchi su di una piazza di paese.

Ma ciò che fa dello spettacolo uno spettacolo da ricordare è il rapporto fra Prospero-Binasco e Miranda-Deniz Ordogan, il modo simbiotico con cui vivono la loro vicenda, fra affettuosità e consapevolezza della sorte comune. Binasco spezza le battute per penetrarvi attraverso un ripensamento di coscienza. Deniz Ordogan, le cui qualità eccezionali conosciamo dai suoi anni di Accademia, crea un personaggio che assomma in sé ogni  forma di espressione, dall’affetto filiale, alla ribellione della ragazza che ha trovato il compagno, alla capacità di giocare col pericolo usando il proprio corpo come esca per ritrarsi poi rientrando nel gioco. E il dialogo con gli spettatori si fa cordiale e tenero, come una vera festa in famiglia.

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