L’ABITO DELLA SPOSA

di Mario Gelardi
con Pino Strabioli e Alice Spisa
scene e costumi di Alessandro Chiti
Musiche di Paolo Vivaldi
regia di Maurizio Panici
Roma, Teatro della Cometa, 21 ottobre 2014
Ar Tè in collaborazione con Todi Festival 2014

Maricla Boggio

Mario Gelardi si è concesso una parentesi rispetto ai testi di impegno civile che caratterizzano la sua scrittura. Ha fatto bene, il rischio dell’impegno è che si attinga sempre al documento, che ha già una sua possibilità di denuncia diretta, ne sappiamo qualcosa dal momento che il teatro di impegno civile è spesso nelle nostre scelte drammaturiche. Questa volta i documenti si affacciano soltanto a far da coro a una bella storia, quasi da favola se non vi spuntasse sotto anche il dramma: i due volti di una realtà bizzarra come avviene nella vita si mostrano con felice capacità inventiva.
Lucio, un maturo sarto di paese, figlio di padre e madre sarti di divise militari, lavora proseguendo quel genere di abiti dal momento che la clientela è rimasta dal tempo dei genitori ormai defunti. Lucio si consola della monotonia del lavoro con la passione per le canzoni di Rita Pavone – siamo nel 1963 – e per altri cantanti dell’epoca: la scena si arricchisce di queste musiche datate ma ancora nell’orecchio del pubblico creando quel clima di distanziazione piacevole che induce ad aspettarsi la favola.
A un certo punto Lucio riceve da un militare l’incarico di cucire un abito da sposa per sua figlia. Dopo il primo imbarazzo per la necessità di venire incontro alla richiesta pur sprovvisto di esperienza per realizzare quel tipo di vestito, Lucio decide di accettare la commissione perché gli si presenta Nunzia, una giovane donna, silenziosa e dall’aria caparbia, che si offre come ricamatrice e sarta.
Animato da una nuova ventata di vita, Lucio si accinge al lavoro, mentre va constatando la bravura della ragazza nell’inventare ricami e fantasie. Zitta sul suo passato, dopo qualche tempo Nunzia con difficoltà rivela di aver avuto un quasi fidanzato che l’ha abbandonata; di più non vuole dire, mentre Lucio, ormai in vena di confidenze, racconta di lui ragazzino in un appassionato rapporto con una signora che copriva di baci ogni volta che questa veniva a provare vestiti quando gestivano la sartoria i suoi genitori.
Pino Strabioli recita compiaciuto nel ruolo di sarto appassionato di musica leggera, immerso in una realtà apparentemente felice ma ben presto turbata dagli eventi di quell’anno dal Vajont all’assassinio di Kennedy, due fatti che in realtà non aggiungono granché alla vicenda che starebbe forse meglio senza quelle due citazioni che hanno l’aria di essere un po’ appiccicate, mentre la commedia naviga davvero con notevole felicità creativa verso il finale. Lucio scopre l’abito, ormai quasi finito, deturpato da una vistosa macchia di caffè: Nunzia rivela di aver apposta distrutto quel capolavoro perché avrebbe dovuto essere indossato dalla fidanzata di colui che era stato il suo fidanzato e che l’aveva lasciata per quella ragazza, ricca e di famiglia potente, mettendola anche incinta. Il colpo di scena produce a sorpresa un scoppio di gioia nei due sarti: lui rivelerà la sua omosessualità – era con il marito della signora che aveva instaurato un piacevole rapporto -, lei si sentirà finalmente libera di affrontare la vita che fino a quel momento, nel desiderio di vendetta, si era negata. Pino Strabioli è sapiente interprete dalle tante sfumature, occhiate, intonazioni, sempre calibrate e con stile. Alice Spisa è una Nunzia che traspira mistero nella rigidità del suo atteggiamento iniziale, mentre poi prorompe in una ritrovata felicità espressiva; la ricordiamo nel “Ratto di Lucrezia” con la regia di Walter Malosti, duttile e fortemente calata nel gioco delle immagini.

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