LACCI

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di Domenico Starnone

tratto da “Lacci” romanzo

di Domenico Starnone

con

Silvio Orlando

Maria Laura Rondanini Vanessa Scalera

Roberto Nobile Sergio Romano Giacomo de Cataldo

regia Armando Pugliese

scene Roberto Crea

musiche Stefano Mainetti

costumi Silvia Polidori

luci Gaetano La Mela

Produzione Cardellino srl

Piccolo Eliseo, Roma, 25.1.17

Maricla Boggio

Il tema della coppia e delle sue difficoltà esistenziali è centrale nel testo che Domenico Starnone ha tratto dal romanzo omonimo da lui scritto nel 2014 e pubblicato da Einaudi.

Con una precisa scansione a tre parti il testo si sviluppa narrando l’esistenza di una moglie e di un marito senza particolari caratteristiche, volutamente creati dall’autore come rappresentanti di un’umanità diffusa, con alcune convinzioni in merito a valori familistici, pronta tuttavia a disattenderli, a tradirli, anche a negarli per poi ricoverarvisi una volta colpiti dalle delusioni di un’illusoria eternità, e divenuti consapevoli dell’accumularsi indebolente degli anni.

Con coraggiosa accettazione della struttura monologante, in cui soltanto la moglie – Vanessa Scalera con piglio deciso e sprazzi di dolorosa consapevolezza – parla per una buona mezz’ora, il regista Armando Pugliese conduce una specie di aggressione muliebre nei confronti di un silente marito – Silvio Orlando agisce quasi pietrificato sfogliando paginette di lettere che via via gli giungono dall’irata consorte, abbandonata per una diciottenne gioiosa e procace.

Ma la trovata dell’autore e poi la realizzazione del regista è che in scena ci si figuri soltanto quel lui accusato, indagato, deriso, sbeffeggiato dalla donna tradita, che nella sua mente attenta alla scrittura delle missive ricevute immagina davanti a sé, talvolta a braccio teso talaltra in ginocchio davanti a lui, o ancora in rapidi movimenti assediatori, erinni e vindice che rivendica per sé sacrifici e fatiche, il peso dei bambini e le loro nevrosi da abbandono paterno, deridendo la rivale e la sua serafica saggezza – l’ha voluta incontrare una volta e quella, giustamente, le ha detto che erano affari di lui, non suoi -.

Il tema dei figli grandeggia, diventando i bambini strumento di ricatto e dominio, dalle piccole cose degli incontri con il padre squallidi e silenziosi, alla ufficiale e grandiosa dichiarazione giudiziaria di affidamento dei piccoli alla madre, schiaffo e trionfo della donna, poco avvertendosi di una qualche apparenza di vero amore.

E’ su questo punto, della mancanza di un’affettività autentica, che Starnone insiste pervicacemente, portando a teorema una situazione che – speriamo – non è così atrocemente manicheistica, ché un’esistenza così acre sarebbe davvero penosa, e porterebbe a un inaridimento totale di ogni rapporto autentico. Questa dimensione si avvertirà nella terza parte, ma prima dobbiamo parlare della seconda in cui si sviluppa lo spettacolo.

La seconda parte è il reale nucleo della storia. Sono passati una trentina d’anni da quando il marito è rientrato a casa, e la moglie lo ha accolto, per il bene dei figli, per la propria tranquillità economica, per il gusto di aver vinto, innumerevoli le ragioni che da una parte e dall’altra si possono immaginare o intravedere attraverso i discorsi che i due faranno, rientrando in casa e trovandosi di fronte a uno sfacelo, di quelli che appaiono quando sono venuti i ladri – subito lei parla di rom e zingari, il razzismo è in agguato, insieme ai buoni sentimenti -, con tanto di oggetti infranti a terra, mobili spostati e libri squarciati, senza che però sia stato toccato niente di prezioso, i pochi ori di lei, un biglietto da cinquanta euro in cucina… Un solerte vicino di casa, un presidente di corte d’appello in pensione chiama i carabinieri e questi, subito accorsi, danno spazio a una piccola gag di ovvietà comportamentale, che l’autore si compiace di inserire per insistere sulla frequenza di tali episodi – i due agenti dell’ordine tranquillizzano la signora, scherzano sul fatto, consigliano di mettere le inferriate alle finestre. .. -.

Parrebbe una ricomposizione affettuosa, quella dei due ormai anziani coniugi, in ansia per i figli ormai cresciuti, il ragazzo gravato di figli e di mogli, la figlia in giro per il mondo, orgogliosa della sua libertà quanto avida di soldi. Ma sotto questa apparente armonia addolcita dagli anni si celano ben diversi pensieri. E’ Silvio Orlando, adesso nella parte di protagonista, a rivelare all’amico-confidente il suo ritornare alla famiglia, la sua delusione nel non scoprirvi alcuna gioia, mentre il periodo trascorso con l’amante era stato festoso, creativo, erotico: illusione, forse, dettata dal senso di libertà da quei lacci che in chiave di metafora  lui racconta essere stati, con il figlio bambino ritrovato, motivo di legame antico, un modo singolare di allacciarsi le scarpe che li aveva ritrovati accomunati almeno in quel gesto, di padre e di figlio.

C’è poi, in questa parte centrale, una caduta di qualità. Quella moglie che pareva acquietata si risveglia in tutta la sua acredine una volta che aprendo a caso un dizionario di latino, trova sottolineata la parola “labes” che significa crollo, ma che è anche il nome dato dal marito all’amatissimo gatto di casa, introvabile dopo il disastro. Da questa constatazione la donna arguisce che il marito l’abbia derisa e imbrogliata chiamando il gatto con quel nome, da lei creduto un diminutivo di “labestia” – la bestia di casa. E da qui si riaprono fiotti di recriminazioni, fino a dichiarare di volersene andare, finalmente libera dalla pastoie coniugali.

La terza parte – pinterianamente – arriva per ultima ma in realtà accade in seconda battuta, ossia prima della seconda. Arrivano i due ex ragazzi figli, lui ultraquarantenne più volte ammogliato e carico di figli, lei con pochi anni di meno, ma determinata a non lasciarsi incastrare da un uomo con il peso di una famiglia, com’è capitato alla madre. I due decidono – quasi – di cercare di convincere i genitori a vendere l’appartamento per ottenere l’eredità in anticipo, “Quando serve, essendo ancora giovani”,  poi comunque si vendicano di quel rapporto  materno e paterno che non hanno mai sentito come autenticamente affettuoso: sono loro a creare quel casino degno di ladri vendicativi, e si portano via anche il gatto, forse l’unico affetto sentito dalla coppia genitoriale. Che avrà poi anche la sorpresa, da parte della moglie, ispezionando la casa dopo il disastro, di trovare delle foto della bella amante che lui aveva gelosamente nascosto in un cubo dalla difficile apertura, dietro il frigorifero, ultima maligna vendetta del figlio distruttore che le ha sottratte al cubo per farle ritrovare dalla madre.

E questa malvagità a tutto tondo, questa negazione di ogni possibile sentimento, anche piccolo e meschino, è un po’ – secondo noi – il limite del testo che ha voluto essere a tutti i costi dimostrativo di una società alla deriva.

Gli attori tuttavia reggono con superba convinzione i loro personaggi, a cominciare da Silvio Orlando, che si racconta da dentro con accenti spietati, mentre Vanessa Scalera sostiene con mutamenti e sfumature la prima parte del dramma di coppia.

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