L’AMORE PER LE COSE ASSENTI

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scritto e diretto da

Luciano Melchionna

con Giandomenico Cupaiuolo

Valeria Panepinto

Her

scene Roberto crea

costumi Milla

musiche originali Stag

Produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro

Off/Off Theatre

Roma, 24 aprile 2018

Maricla Boggio

Conosco da decenni Luciano Melchionna, fin da quando, nel 1992, appena uscito dall’Accademia interpretò, con un bel gruppo di attori per la regia di Adriana Martino, un mio testo, “Laica rappresentazione”, a quel Festival di Todi inventato e diretto da Silvano Spada, che adesso ospita nel suo Off/Off theatre di Roma uno spettacolo scritto e diretto da lui.

Nel quarto di secolo intercorso fra quella prima apparizione in scena di Luciano e oggi, molti sono stati gli spettacoli da lui realizzati, alcuni improntati ad una sorta di ribellismo critico e morale di una società in cui fare teatro comporti asservimento personale, ossequio a potenti e umiliazione del mestiere scelto, abbassandolo dall’arte a una professione echeggiante la prostituzione. Su tale fronte Melchionna impegnò decine di attori, ciascuno portando un suo discorso artistico, una sua personale visione del teatro e della propria scelta, e di tali affollate rappresentazioni ricordo alcuni momenti di forte impatto artistico e polemico.

Lo spettacolo di oggi tenta forse una strada diversa, che avrà bisogno di essere verificata, provata, riflettuta. Riguarda lo scontro fra una coppia di giovani, alla cui vicenda privata si arriva introdotti da una sorta di ambiguo personaggio – Her dalla singolare espressività – che funge da prologo manovrando bellicosamente un coltello mentre annuncia un compleanno, di lei, a cui il compagno non ha invitato nessuno perché occorre che loro due si parlino, evocando antiche ruggini, incomprensioni, tradimenti e così via. Una sorta di degradato “Scene da un matrimonio” di Ingmar Bergman, dove questi due attuali si rinfacciano insultandosi le più aberranti azioni sessuali – lei aveva rapporti col padre, e la cosa le piaceva, e la madre ci stava -, tanto per citare uno dei momenti di questa confessione sopra le righe, sia di lei che di lui. Giandomenico Cupaiuolo e Valeria Panepinto fanno a gara a lanciarsi insulti, e a tornare  attratti l’uno dall’altra, in un alternarsi ossessivo che i due attori reggono bene sul piano dei ritmi e della memoria, ma che restano una specie di esercitazione al peggio, dove non si innalza una catarsi necessaria in teatro, restando una esemplarità tecnica di bravura.

Momenti di dolcezza in cui riappare un antico desiderio, rabbie fulminanti e recriminazioni insolenti si susseguono  ininterrottamente in una scena-alcova che è anche una rete che imprigiona, mentre in guepière di tessuto gommato Her mette e toglie ai due marsine e giubbetti, guidando con funzioni rimaste misteriose il duetto infernale. Finirà con un epilogo, in cui Her eseguirà con irrompente bravura una indiavolata sonata mentre i due, finalmente riappacificati, si toglieranno pezzo dopo pezzo i vestiti, finendo a sfilarsi lui anche le mutande e a sprofondare nel letto che li accoglierà in un buio provvidenziale.

Consensi e risate, applausi e ovazioni movimentano la conclusione della serata, anche se rimaniamo con la convizone che Luciano Melchionna meriti di più da sé stesso.

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