LE VOCI DI DENTRO


di Eduardo De Filippo
Regia di Toni Servillo
Con Bedi Pedrazzi, Chiara Baffi, Marcello Romolo, Lucia Mandarini, Gigio Morra, Peppe Servillo, Toni Servillo, Antonello Cossia, Vincenzo Nemolato, Marianna Robustelli, Daghi Rondanini, Rocco Giordano, Mariangela Robustelli, Francesco Paglino
Scene Lino Fiorito, costumi Ortensia De Francesco, luci Cesare Accetta
Coproduzione Teatro di Roma, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatri Uniti

Teatro Argentina, Roma, 7 maggio 2013
Maricla Boggio

Scritta nel 1948, “Le voci di dentro” pare di oggi. Eduardo l’ha dotata di una coscienza introspettiva che scopre nei risvolti della natura umana il peggio che vi si cela sotto le apparenze dell’onestà, dell’affetto, della stima reciproca, negando la possibilità della fiducia fra individui, e quindi rendendo di fatto impossibile la convivenza. A meno di un ribaltamento forte, di una confessione che coinvolge tutti smascherandone le meschinerie.
Il tema della commedia – che fa parte della “Cantata dei giorni dispari 1” – sembra all’inizio uno di quei pretesti leggeri, tendenti al comico, che in altre commedie dell’autore napoletano rendono godibili certi piccoli personaggi di contorno, mentre il dramma centrale va avanti diritto. Ma qui il sogno della servetta, che pare l’illusione di una piccola visionaria contaballe, prelude a ben altre “voci” che dentro altri personaggi si affacceranno a dare il via all’assunto centrale. Che è il sospetto, la sfiducia, il malanimo reciproco e rispettivo di ciascuno verso tutti gli altri, in un incrocio di contraddizioni che moltiplicano l’invivibilità fra quanti all’inizio apparivano dei buoni vicini, dignitosi e irreprensibili.
E’ il sogno di un adulto a scatenare i sospetti. Alberto Saporito ha sognato che un vicino di casa, un certo Amitrano, che non si vede da giorni, è stato assassinato. Da chi? E’ tutto da scoprire. Carlo è un tipo un po’ svampito, legato a filo doppio al fratello Alberto, che di lui si fida ciecamente. Sogno o fantasia, invenzione o indagine mascherata da incubo, si fa strada nei vicini del palazzo l’idea che qualcuno fra loro abbia davvero ucciso questo Amitrano. Innumerevoli le supposizioni – o i sospetti maligni – ad Alberto di questo e di quella nei confronti di un altro o di un’altra; crescendo l’atmosfera accusatoria, a gran voce si fa sentire la richiesta che Alberto mostri alla polizia quei documenti che ha vantato di possedere, circa la colpevolezza di qualcuno. Veramente questa commedia è l’apologia della maldicenza, che travolge perfino la fiducia di Alberto nei confronti del fratello, che appena ha saputo che questi andrà in carcere in attesa di accertamenti, approfitta di un affare che avrebbe dovuto riguardare tutti e due.
Quando Amitrano, ignaro del frastuono intorno alla sua scomparsa, ritorna a casa dopo un breve soggiorno da una sorella, risulta evidente che non è stato ucciso. Si scatenano allora i risentimenti nei confronti di Alberto: loro non hanno assassinato nessuno, perché accusarli? Emerge allora la morale di Alberto. Tutti hanno ucciso, hanno sospettato l’uno dell’altro, è venuta a mancare la fiducia, il rispetto, questo è il peggior delitto. E anche Alberto ne è toccato: il fratello ha tentato approfittare di lui quando si è trovato in difficoltà, e viene schiaffeggiato. Restano soli, i due fratelli, soli e intristiti, ciascuno estraneo all’altro. La morale non è servita a rafforzare i rapporti. Ciascuno, in un angolo, sospira. Questa la trama.
Ma è il modo con cui Servillo affronta quello che chiamerei dramma piuttosto che commedia, a offrire con nitore l’assunto morale. Essenziale, nuda, candida, la scena, con gli elementi che servono al discorso, senza i mobili di tipo realistico che per decenni hanno decorato i testi eduardiani. Su questa pagina bianca, gli attori, come li voleva Copeau, a staccarsi nella loro espressività soltanto supportata dal costume. Qui sono pochi stracci, siamo in una Napoli piccolissimo-borghese, quasi povera. E’ l’interpretazione a volare. In un napoletano strettissimo, come non faceva Eduardo, specie quando andava a recitare fuori Napoli, e ammorbidiva il linguaggio per farsi capire, Toni Servillo-Alberto esprime tutta la sua rabbia, il suo delirio quasi maschera comico-tragica; insieme a Peppe-Carlo – davvero fratello nella vita – costituisce una di quelle coppie di attori che recitano in perfetta sintonia, ricordando i De Rege. Bravissimi tutti quanti, da Gigio Morra che pigia sullo squallore frustrato a Chiara Baffi che della camerierina Maria fa una sorta di medium che sconta la malvagità dei padroni ma anch’essa è già capace di veleni. E’, quello di Servillo, un nuovo modo di interpretare Eduardo, scavandone la modernità e il segno indelebile dell’indagine interiore.

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