MACBETH

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di William Shakespeare

traduzione Gianni Garrera

con Luca Lazzareschi Gaia Aprea

e

Fabio Cocifoglia Paolo Cresta Francesca De Nicolais Claudio Di Palma

Luca Jervolino Gianluca Musiu Alessandra Pacifici Guerrini

Giacinto Palmarini Alfonso Postiglione Federica Sandrini Paolo Serra

Enzo Turrin

voce fuori campo Angela Pagano

in video Lorenzo Papa

scene Marta Crisolini Malatesta

costumi Zaira De Vincentiis

luci Gigi Saccomandi

musiche Ran Bagno

installazioni video Alessandro Papa

coreografie Noa Wertheim

regia Luca De Fusco

Teatro Stabile di Napoli, Teatro Stabile di Catania

Roma, 22 novembre 2016

 

Maricla Boggio

Il 23 maggio 2016 comparve sull’Avanti, edizione torinese, rubrica “Teatri” una recensione di Antonio Gramsci sul “Macbeth” firmato da Caramba, protagonista Ruggero Ruggeri e Vera Vergani, una delle rappresentazioni più indietro nel Novecento, a cui ne seguirono innumerevoli altre, fra cui quella di Gassman protagonista e regista, di Enriquez con GlaucoMauri, di Costa con Antonio Crast, di Strehler con Tino Carraro, fino a Gabriele Lavia che ne firmò anche la regia.

Con l’acutezza che mutuava dal pensiero politico e sociale che ne caratterizzava ogni riflessione, vedendo nel teatro una forma espressiva dell’animo umano particolarmente importante, Gramsci segue lo sviluppo del dramma di Macbeth  “secondo una logica interiore inflessibile”. Del protagonista scrive che “egli solo riempie tutto il dramma, e ne è l’eroe. E’ una volontà, così, senz’altro; volontà che riceve stimoli all’azione dal mondo esterno, ma che questi fonde nella sua personalità e fa propri, senza perdere un atomo della libertà spirituale che è caratteristica di tutti gli uomini, e senza la quale non può esservi tragedia”.

Luca De Fusco ha dato di questa dimensione dell’animo umano un’estensione a tutti i personaggi. E’ l’intero loro insieme ad avvertire la tragicità dell’esistenza, in cui più che il trionfo del bene o del male  è determinante l’ambizione, il successo, la vittoria attraverso le alleanze. L’arco del personaggio di Macbeth ne riproduce l’addentrarsi nel baratro in cui si è andato gradualmente e inevitabilmente calato, quella violenza che si moltiplica sanguinosamente fino alle estreme conseguenze. Certo, Shakespeare vanta che l’Inghilterra riporti la pacifica convivenza anche in terra di Scozia, e questo è suo compito nei confronti  della Corona, ma la visione del comportamento umano non è ottimistica.

Con andamento interiorizzato i vari momenti del dramma vengono offerti allo spettatore secondo una sorta di sdoppiamento di coscienza. Sia Macbeth – Luca Lazzareschi asciutto, essenzializzato nella vocalità e nei gesti – che la Lady – Gaia Aprea – dai toni imperativi e dalle astuzie gestuali – “si vedono” avendo davanti a sé, in quella camera da letto dove nascono e si definiscono i disegni criminosi come un gioco di sesso, la loro specularità che nel bianco e nero di un’immagine talvolta differita talvolta simultanea li rimanda a se stessi: quasi un richiamo a considerare i propri atti, ma inutilmente.

Vedo nella regia di De Fusco una ricerca di coralità che pur facendo emergere i protagonisti offre a ciascuno dei personaggi quello spazio che non può che contribuire al giudizio di un comportamento generale, dove anche chi vincerà sul male estremo di Macbeth potrà essere a sua volta soggetto di analoghi comportamenti. Anche se in questo finale di storia sanguinosa il giovane Malcolm è ancora un puro guerriero vendicatore, e Giacinto Palmarini gli offre impeti e tonalità da giovane eroe.

La visione di questo universo è certo pessimistica, e nelle fatidiche frasi del protagonista ormai alle soglie della resa acquista il senso dell’inevitabile:

“(…) La vita non è che un’ombra che cammina, un povero attore che fatica sulla scena per la sua ora, tutto passione… temperamento… e non ne resta memoria”.

Spettacolo di forte impatto comunicativo, esso potrebbe ricavare più nitore se qualche ripetizione di  immagini multiple, ormai care al regista, venisse accantonata, insieme a un tendaggio che separa e a tratti si ritrae complicando la vista degli attori.

Va detto poi quanto è innovativa la scelta che le famose Streghe non siano le solite terribili e rinsecchite vecchie stridenti, ma delle giovani donne danzanti voluttuosamente, il cui volto tuttavia è deformato e conturbante a offrire di questo elemento del magico così presente nei drammi shakespeariani una dimensione moderna, di accattivante e inquietante fascinazione.

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