NON TI PAGO

NON TI PAGO di Eduardo per la regia di Luca De Filippo

di Eduardo De Filippo

regia Luca De Filippo

con

Gianfelice Imparato

Carolina Rosi

Carmen Annibale, Nicola Di Pinto, Viola Forestiero

Massimo De Matteo, Paola Fulciniti, Federico Altamura

Andrea Cioffi, Gianni Cannavacciuolo, Giovanni Allocca

scene Gianmaurizio Fercioni

costumi Silvia Polidori

musiche Nicola Piovani

luci Stefani Stacchini

produzione Elledieffe

La Compagnia di Teatro di Luca De Filippo

Roma, Teatro Argentina, 21 febbraio 2017

Maricla Boggio

Vedere gli undici attori ringraziare il pubblico tutti in fila con le mani intrecciate per spiccare il festoso balzo in avanti del successo pieno mentre gli applausi si ripetono ancora e ancora, prende un significato particolare. Tutta la compagnia, senza privilegi di ruolo, si offre al pubblico come un omaggio a chi questo spettacolo ha fortemente voluto, a Luca De Filippo scomparso dopo averne realizzato la regia. E già quando ancora l’attore era in vita, la compagnia aveva proseguito le rappresentazioni con Gianfelice Imparato a sostituire Luca nella parte del protagonista. Gianfelice proviene dalla scuola di Eduardo, e nella parte di Ferdinando ci sguazza con grande mestiere e adesione in una interpretazione che sa di novità e di tradizione, di sottili cattiverie e di bonomie gelosamente nascoste. Questo passaggio di ruolo da un attore all’altro riassume il significato dell’immortalità del teatro, nel suo trasferirsi nel corso degli anni con vitalità perenne, attraverso il testo a cui l’attore porta la sua sensibilità e il regista il suo intervento critico.

“Non ti pago” scritta nel 1940, attraverso una tematica che potesse allontanarsi dal clima di pesante violenza fascista operante in Italia, è una storiella leggera leggera, che poggia le sue basi sulla credenza, tutta napoletana, dell’intervento dei morti nella vita dei vivi e, in particolare, in quell’abitudine e addirittura vizio del gioco del lotto che si deposita nella quotidianità cittadina attraverso l’interpretazione di ogni evento, ma soprattutto tenendo dietro ai sogni nei quali un parente o anche uno sconosciuto suggerisce i numeri da giocare o si fa significativo elemento da cui trarre, mediante l’interpretazione della “smorfia”, i numeri vincenti.

Il pretesto per lo svolgimento della commedia, meccanismo armonico di peso aereo, mette in evidenza la genialità dell’autore, che non si avvale di tematiche profonde o di personaggi altisonanti, ma gioca sulla psicologia, la superstizione, i contrasti coniugali e  le invidie affettive fra padri e madri rispetto a una figlia da marito dalla personalità indipendente – Carmen Annibale fra dolcezze sentimentali e risentimenti capricciosi – , fino ai litigi condominiali e agli interventi dall’esterno di una comare che anche lei si sogna il defunto raccontandone con enfasi a Ferdinando – Paola Fulciniti lanciata nel ruolo con trascinanti effetti comici – fino alla presenza di un sacerdote – Gianni Cannavacciuolo con sapiente ironia parrocchiale – e di un avvocato – Giovanni Allocca tra il sordido e l’ingenuo -, senza contare, in una classica struttura ricorrente in Eduardo – esemplare “Filumena Marturano” – i confidenti della famiglia: l’uomo tuttofare che dà manforte al padrone di casa – bizzarro e fantasioso Nicola Di Pinto nell’esternazione del gioco del lotto – , e la servetta pettegola e maliziosa di Viola Forestiero che è dalla parte della madre. Poi, naturalmente, si impone il personaggio del fidanzato – Massimo De Matteo, perfetto dandy di periferia primo Novecento – che gioca i numeri suggeriti dal defunto padre di Ferdinando e vince, suscitando nell’altro una feroce gelosia per quella ingiusta appropriazione – il padre è suo, i numeri doveva darli a lui – che lo induce a tentare di convincere del suo diritto il vincitore.

Dopo alterne vicende tutto tornerà felicemente a posto. Le maledizioni invocate sul fidanzato da parte di Ferdinando sortiscono, per puro caso – ché Eduardo si guarda bene dal credere alle superstizioni, ma ci gioca con astuzia – effetti devastanti sul povero giovane, al punto che questi supplicherà Ferdinando di incassare i quattro milioni della vincita, assicurandolo di crederlo onesto vincitore, purché faccia smettere le disgrazie che vanno perseguitandolo. Placato dalla sua cattiveria – di cui lo accusa la moglie, una Carolina Rosi fremente e combattiva vendicatrice della morale e della giustizia nei confronti del perfido marito – Ferdinando accetta sì la vincita come sua, ma in un tardivo riconoscimento interiore concede al fidanzato la figlia amatissima, e a lei assegna in dote l’intera vincita. Così finisce la commedia, tra gioia e riconoscenza, abbracci e auguri e una bella seduta a tavola per un pranzo coi fiocchi.

Per arrivare alla conclusione con felicità espressiva, tutti gli attori hanno dato il meglio di sé, in una gara che aveva come obbiettivo questa sopravvivenza a rasentare l’eterno che il teatro ottiene attraverso l’avvicendarsi degli attori sopra un valido tessuto di scrittura. Avviene in teatro così da sempre, continuerà così anche se in parallelo tante altre forme di spettacolo gareggeranno con lui.

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