SOPRATTUTTO L’ANGURIA

di  Armando Pirozzi

con Diego Sepe e Luca Zacchini

costumi di Daniela Salernitano

 

regia di Massimiliano Civica

 

Roma, Teatro Argot Studio

29 gennaio – 3 febbraio

Maricla Boggio

 

Il testo di Armando Pirozzi dà la sensazione di trovarsi a stretto confronto con la realtà quotidiana degli affetti mancati e delle nevrosi galoppanti. Tuttavia è un testo teatrale, e la regia di Massimiliano Civica ne esalta con acuta sensibilità e ferma intelligenza l’assunto di fondo, che mette in risalto la disperata solitudine che pervade oggi  le persone, più esse appaiano felici, appagate, disponibili al dialogo. L’insistita esternazione della ricerca di godimento e solidarietà in un dialogo affettuoso mostrano il loro opposto, proprio per questa esasperante ripetitività che a sua volta rivela, a fulminei tratti, il desiderio di distruzione dell’altro.

Lo spettacolo sviluppa l’invenzione emblematica di una famiglia che ha tutte le carte per esserci e appunto per questo non c’è. Non si sarebbe potuto inventare di più e più giocosamente per dimostrare una disperazione che si fa spettacolo e, forse, denuncia. Ma sempre stando alla dimensione teatrale. Senza impegno civile o altre giustificazioni. Due fratelli. Il maggiore si presenta alla porta del minore. Già in questo inizio Civica pone in risalto la sua cifra. E prima di far entrare in scena il maggiore, mette a punto la personalità dell’altro, le sue scelte maniacali di vita, in una esasperante puntigliosa precisione del sua ambito esistenziale, dove ogni oggetto deve essere al suo posto, e lui a regnare in mezzo a essi, inconsapevole del mondo che lo circonda, che, sapremo poi, è una giungla che più selvaggia e infida non si può.

Quale il motivo della visita, che Pirozzi colloca già in corso, nel non-dialogo tra i due, come se l’infinito li possedesse inesorabilmente? La notizia del padre, morto in India in uno stato di ipnosi: congelato in frigo dovrebbe essere recapito di lì a poco, bisognerà pagarne le spese, e poi decidere dove mettere l’ingombrante corpo. Già il resto della famiglia ha avuto dal maggiore la notizia: la madre suora laica in una missione nel deserto, reagisce baciando in fronte il figlio; la sorella, stabilita in un igloo, fa un saltino e prepara una torta ai mirtilli. Attraverso la logica dell’assurdo emerge una realtà che ha in mostra con essa parametri di forte analogia. I due fratelli appartengono a una generazione di post-drogati, dove i padri hanno macinato esperienze che li ha resi incapaci di dimensioni paternali, mentre i figli hanno tentano ogni strada per crearsi una credibilità esistenziale, lontani il più possibile dal respingente tetto familiare, del resto abbandonato anche dai genitori. E’ soltanto il maggiore a parlare senza interruzione, tentando affannosamente di coinvolgere, con lusinghe, manifestazioni affettuose, minacce e racconti fantasiosi, il fratello minore che permane fisso nel suo silenzio appena percorso da sguardi, gesti minimi, reazioni quasi invisibili. Testo e regia si direbbero sviluppi di un Beckett di seconda o terza generazione. Le condizioni vitali sono peggiorate, l’apparente ottimismo  cela la disperazione – l’anguria è il frutto preferito dal logorroico e indomito monologante, certo una forte soddisfazione esistenziale-, e lo spettatore vi si affida con la sensazione che qualcuno ancora si rende conto di quanto siano invivibili le condizioni di sopravvivenza oggi. Netti e calati nel difficile spettacolo Diego Sepe e Luca Zacchini, entrambi diversamente bravi, reggono senza apparente fatica i loro ruoli.

 

 

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