THE COAST OF UTOPIA


di Tom Stoppard
regia di Marco Tullio Giordana
scena e luci di Gianni Carluccio
costumi di Francesca Sartori ed Elisabetta Antico
musiche di Andrea Farri
traduzione di Marco Perisse e Marco Tullio Giordana
con circa trenta attori, fra cui
Ludovica Apolloni Ghetti, Francesco Biscione, Luigi Diberti, Denis Fasolo, Luca Lazzareschi, Tatiana Lepore, Bob Marchese, Giorgio Marchesi, Marit Nissen, Fabrizio Parenti, Irene Petris, Marcello Prayer, Sandra Toffolatti, Giovanni Visentin.

Fondazione del Teatro Stabile di Torino, Teatro di Roma, Zachàr Produzioni di Michela Cescon

Teatro Argentina, Roma, 10/29 aprile

Mi sono chiesta se questo lungo percorso storico romanzato potesse comunicare con noi, circa la nostra realtà politica, sociale ed artistica, dal momento che esso tratta di un periodo di circa un secolo e mezzo fa, con protagonisti in prevalenza russi, elaborato per la scena da un autore inglese – Tom Stoppard -, soprattutto legato al cinema di cui è sceneggiatore di spicco.
La risposta, venuta, dopo aver visto l’intero arco dello spettacolo, articolato in tre serate – una per settimana – ciascuna di circa tre ore, è stata affermativa.

Perché, nonostante l’andamento realistico e la fedeltà ai fatti ed ai personaggi che quei fatti hanno vissuto, la metafora da tale realtà emerge a parlarci di allora nell’oggi in cui siamo calati: e questo oggi è confuso e desideroso di soluzioni come allora; è percorso da contrasti non più strettamente ideologici come allora, ma certo improntati ad un discorso che ha come centro l’uomo, la sua volontà di affermarsi in un universo in cui il rischio è la sua cancellazione come individuo degno di una vita completa nella sua umanità.
Certo, occorre attenzione per seguire quanto avviene sulla scena, in un complicato e talvolta non del tutto limpido svilupparsi delle situazioni che si prospettano su due piani, quello pubblico, della politica, e quello privato, dell’esistenza che spesso porta i protagonisti a contraddirsi rispetto alle proprie istanze ideali.

I personaggi che si muovo in scena sono i principali interpreti del pensiero che guida la storia dell’epoca, in un periodo che va dagli anni Trenta dell’Ottocento a poco più di un trentennio dopo, il tutto scandito da tre grandi “tranches” che vedono come luoghi deputati sostanzialmente la Russia – il primo blocco, definito “Viaggio” -, la Francia il secondo, “Naufragio”, e l’Inghilterra il terzo, “Salvataggio”. A questo affresco storico in cui interviene il giudizio e la sensibilità dell’autore, si affacciano esponenti del pensiero politico, filosofico ed artistico dell’”intellighenzia” dell’epoca. Ne riconosciamo parecchi, mentre altri fungono da rappresentanti di idealità che contribuiscono, concordando o contrastando, all’evolversi del pensiero centrale, anch’esso doppiamente articolato.

Dal primo blocco, nella Russia in cui i nobili sono proprietari di centinaia di “anime”, la discussione emergente ha come centro il giovane figlio del padrone, Michail Bakunin, la cui voglia di cambiamento è appena un gioco fra le sorelle smaniose di romanticismo e presto maritate secondo le regole rigide di una società chiusa e punitiva. Ma circolano già gli amici che a diversi livelli pensano ad una società in cui gli uomini non siano più schiavi, e fra questi Alexandr Herzen, filosofo e fin dai primi anni sostenitore di mutamenti non improntati ad eversioni totali, dove il pensiero convinca alle riforme e non vi siano spargimenti di sangue. Fichte ed Heghel si alternano nelle preferenze di questi teorici che vorrebbero a suon di citazioni cambiare la società.

E’ il secondo blocco a porre davvero, sul piano ideologico-politico e su quello espressivo, l’impianto di una vera pièce, un dramma di stampo cecoviano dove i caratteri si articolano sul piano umano, al tempo stesso portando avanti quelle idee che saranno determinanti nel cambiare la storia dei popoli. E’ la Francia ad accogliere i reduci dalla Russia, illusi di poter portare anche nel loro paese quanto sperano si affermi in quel paese, patria di rivoluzioni e di nuovo tentata dal discorso repubblicano. Marx e Turghenev insieme a molti intellettuali russi dialogano scambiandosi teorie sul procedere verso un affrancamento dei popoli, mentre Bakunin si sposta da un capo all’altro dell’Europa portandovi una ventata di entusiastica anarchia, inseguito da mandati di cattura e spesso costretto a nascondersi. Con più forza si delinea un dialogo fra lui ed Herzen, sulle strategie attraverso cui affrontare un simile impegno; ma ciò che manca ad entrambi è la partecipazione del popolo, che rimane, pur dovendo essere protagonista, assente come coscienza operante. Prende spazio la vita privata, riferimento all’inadeguatezza umana a mutare la sua stessa natura secondo i criteri sostenuti sul piano politico. Fragile e soggetto a caduta, anche Herzen è costretto a capitolare nella sfera dei sentimenti, ben più a rischio di quelle che permangono come inapplicabili teorie: la moglie pur adorata ed adorante lo tradisce con un poeta di medio valore, trascinata dalla convinzione che l’amore debba superare anche la morale attraverso l’arte; ma il figlio bambino, sordo e amatissimo proprio per quella carenza che lo rende bisognoso di più affetto, morirà in un naufragio e la madre per il dolore non gli sopravviverà a lungo. Delusioni sul piano privato si accompagnano alle delusioni politiche; la Francia fallisce nella sua nuova rivoluzione, mentre la Russia continua ad essere paese negato ad un fattivo rinnovamento e la nostalgia pervade gli animi degli esuli, che niente possono fare tranne che scrivere le loro appassionate teorie, riunendosi nell’accogliente cassa di Herzen.

Il conclusivo terzo blocco tira le fila del lungo discorso politico vedendo gli esuli nell’accogliente Inghilterra. Stranieri pur accolti con benevolenza, Herzen ed i suoi amici e collaboratori persistono nella fiducia di un mutamento sociale in Russia continuando a proclamare la necessità di interventi riformatori, lontano dalla violenza distruttrice di una rivoluzione che cancelli quanto di buono esista nel paese. Molto spazio prende la vicenda privata di Herzen, combattuto fra la cura dei figli affidati ad una rigorosa istitutrice tedesca, e la passione per la bella e invadente Natasha, moglie dell’amico di giovinezza, anche lui portatore di idee riformatrici, ma fiaccato dalle delusioni e dedito al bere. Tradimenti, nascite e lutti si sovrappongono ai progetti politici e sociali del filosofo, costretto a cedere alle idee di stampo violento dei giovani russi, impazienti di radicali operazioni a cui necessita l’arma decisiva della rivoluzione. Ma in questo contradditorio coacervo di forze, emergono già quegli strati socilai che dal proletariato si fanno borghesi ed intellettuali “organici” e che contribuiranno ad una visione unitaria dell’Europa. Nodo centrale del dramma, nella scrittura di Stoppard che qui si fa più libera da pastoie di fedeltà ai modelli evocati, è il dialogo fra Herzen e Bakunin, in un immaginario incontro fra i due. Mentre Herzen si gode una vita agiata nella protettiva Londra, il giovane anarchico sconta la sua irriducibile irruenza politica in Siberia, incatenato e sfinito dai lavori forzati. Sia il filosofo che l’anarchico tendono ad una visione libera dell’uomo, affrancato dal bisogno e dalla schiavitù; ma le modalità divergono, come i mezzi per raggiungere tale fine, e l’incomprensione permane, nonostante stima ed amicizia. Liberato dai ceppi, Bakunin torna alla vita sociale, e l’incontro reale con Herzen si fa incalzante circa la strada da prendere. La liberazione dal potere sull’uomo si rivela utopica attraverso le stesse parole di Bakunin, che esige per sé la massima autorità per condurre gli altri alla liberazione da ogni autorità. Sono le parole di Herzen a concludere, come un ponte gettato verso il futuro, il lungo percorso che in realtà non si conclude: unico progetto, quello di andare avanti, di aprire gli occhi agli uomini e non strapparglieli, di prendere con sé quanto c’è di buono, di conservarlo. E’ in sostanza la scelta di un programma di riforme condivise, rispetto ad un progetto che in nome di un ideale assoluto distrugga quanto è stato fatto prima.

Lo spettacolo è diretto da Marco Tullio Giordana con mano sicura e intento cinematografico a rendere il lungo percorso nelle sequenze scandite dalla scenografia mobile di Gianni Carluccio, tutta scuri riflessi ed essenzialità lineare nei tanti esterni ed interni del dramma. Ne emerge un modo diverso di fare teatro sercondo uno stile drammaturgico che non segue una linea di inizio, sviluppo e conclusione, ma si sdipana come un romanzo. Gli attori hanno partecipato con una passione che supera le difficoltà della lunghezza e della memoria; come se volessero dimostrare la possibilità di raccontare una storia antica come analogia ad una nostra storia di scelte ideali e di contrastanti risultati. Fra gli attori, che nel corso delle tre parti ricoprono più personaggi, vanno segnalati in particolare Luca Lazzareschi nel complesso ruolo di Herzen a cui il lato privato interpretato con lucida passione aiuta ed alleggerisce la parte teorica; Luigi Diberti, che eccelle nel personaggio del vecchio nobile Bakunin, una sorta di shakespeariano signore di epoca arcaica, delineato da una scrittura stoppardiana libera da intenti storico-biografici; Sandra Toffolatti, che rende nell’insegnante ragazza tedesca Malvida dall’apparenza rigida il volto nascosto di intensa spiritualità della tenera affezionata ai bambini di Herzen; Denis Fasolo, che con disinvolta allegria interpreta Bakunin in una dimensione prima prevalentemente giocosa ma alla fine rispettosa dell’appassionata adesione del personaggio al credo anarchico; Fabrizio Parenti che mostra nel personaggio di Ogarev tradito dalla moglie i risvolti di un patriota deluso; Bob Marchese che dell’esule polacco malato ed ancora portato a lottare per la sua patria offre i tratti di una sofferenza che si fa da politica ad umana. E poi ci sono i bambini, che via via mutando attori si fanno adulti e portano in scena il soffio del futuro, allegro e pieno di voglia di vivere nonostante le continue tragedie. Sono loro a rendere vive le parole di Herzen, il suo invito ad andare avanti, nonostante tutto.

Da notare, di questa operazione, la forma associativa da cui è nata: due Teatri Stabili – Torino e Roma – hanno contribuito alla sua realizzazione, con un contributo di Zachàr Produzioni di Michela Cescon, che si è fatta responsabile di un progetto drammaturgico, superando i suoi primari interessi di attrice.

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